27.11.2001 - RELAZIONE DI ROBERTO BISCARDINI ALL'ASSEMBLEA REGIONALE DELLO SDI

27 novembre 2001

Relazione non corretta

Ringrazio i compagni della segreteria e dell’esecutivo regionale per aver accolto favorevolmente l’idea di organizzare questa assemblea regionale dello SDI per approfondire e discutere in assoluta libertà delle prospettive politiche dei socialisti in un momento particolare della vita politica italiana.
Ringrazio i relatori, i partecipanti e tutti coloro che hanno accolto il nostro invito.


1. Il passato
L’obiettivo che ci eravamo dati sette anni fa con la nascita del SI, diventato poi SDI con l’unificazione con il partito socialdemocratico e con alcuni compagni provenienti dal PS di Ugo Intini, è stato sostanzialmente raggiunto.
Non abbiamo lavorato invano.
Nonostante tutte le difficoltà e le incomprensioni, nonostante le nostre carenze e i nostri limiti, abbiamo mantenuto in vita autonomamente una formazione politica socialista e riformista, collocata naturalmente a sinistra e nel centro sinistra, evitando la fuga nel centrodestra, evitando l’appiattimento nell’Ulivo ed una inutile confluenza nei DS e nella cosa 2.
E il risultato che abbiamo conseguito oggi viene riconosciuto come un merito e come cosa utile da più parti e anche da coloro che per anni, se non hanno lavorato contro, ci hanno guardato con sufficienza e superficialità.
Il nostro obiettivo fin da allora, non era quello di ricostruire da soli il partito socialista italiano, questa sarebbe stata un’impresa tanto velleitaria quanto impossibile; l’obiettivo era un altro, era quello di salvaguardare una formazione politica socialista e salvaguardare nella sinistra i valori del socialismo riformista e democratico, impedendo che quella tradizione si interrompesse, si disperdesse e scomparisse.
Di questo lavoro oggi possiamo andare orgogliosi, ed oggi siamo nella condizione di individuare un percorso sufficientemente chiaro per il futuro, percorso che spero possa avere il suo punto più alto nel congresso già programmato nella prossima primavera.
Di una cosa siamo certi: senza lo SDI in tutti questi anni il socialismo non avrebbe avuto voce, non l’avrebbe avuta nelle istituzioni, nel sindacato, nella società e nella sinistra, e alla sinistra sarebbe mancata la presenza della cultura riformista.
Abbiamo lavorato a sinistra, pur avendola spesso contro, per non lasciare ai soli Ds la rappresentanza della sinistra (come avrebbe fatto Craxi) e abbiamo contemporaneamente rifiutato un atteggiamento del tipo “non sto con la destra, ma neppure con la sinistra perchè questa sinistra non mi convince”, atteggiamento che si può capire ma che alla fine sarebbe apparso inutile e non ci avrebbe portato da nessuna parte.
Come dice Giuliano Amato “se si è convinti di essere il sale della terra, con la terra si deve avere il coraggio di mischiarsi e di sporcarsi”.
Siamo stati a sinistra perchè quella era ed è la nostra collocazione naturale e oggi sentiamo, proprio in virtù di questo nostro comportamento che è possibile fare passi avanti.

2. Il futuro
Oggi in una fase nuova.
La crisi della sinistra, i suoi insuccessi elettorali, i risultati del 13 maggio e ancor di più le vicende internazionali che si sono aperte dopo l’11 settembre, impongono a tutti un salto di qualità di proporzioni straordinarie ed ognuno deve cercare di fare la propria parte.
Il problema di fondo in Italia è quello di dar vita ad un nuovo partito del socialismo riformista nel solco della socialdemocrazia europea riunendo tutte le forze disponibili e cercando di superare quegli errori che hanno portato complessivamente la sinistra a raggiungere il suo minimo storico (a questo proposito ricordo che alle recenti elezioni del 13 maggio senza contare Rifondazione Comunista, i partiti della sinistra hanno a raggiunto il 20% che corrisponde al 20% in meno di quanto la sinistra aveva negli anni ’70 e ’80 ed in Lombardia la cosa è ancora più grave: SDI, Verdi, Ds e Comunisti Italiani hanno raggiunto a malapena il 15%).
Occorre che si ricostituisca nel nostro Paese una moderna sinistra di governo per dare forza e prospettiva a tutto il centrosinistra, ben sapendo che neppure l’Ulivo, che pure ha avuto nelle ultime elezioni un significativo valore aggiunto, potrà avere successo se non nascerà anche in Italia una sinistra moderna di tipo europeo.
Ma per raggiungere questo obiettivo la questione più semplice e più complessa da affrontare riguarda il tema dell’unità, sapendo che la sinistra non ha prospettive se non saprà superare le attuali divisioni e se non saprà essere riformista.
Con questa nostra assemblea non vogliamo interferire nei lavori del congresso diessino, ma auspichiamo che da quel congresso possa nascere qualcosa di nuovo.
Dal 1989 ad oggi sono state molte le resistenze in quel partito affinchè si potesse completare una svolta imposta dalla fine del comunismo.
Abbiamo verificato difficoltà da parte di quel partito ad aderire con convinzione al socialismo europeo e a riconoscere l’importanza, il ruolo ed il valore del socialismo democratico italiano. Sono rimaste in quel partito diffidenze profonde se non avversioni nei confronti della cultura riformista e liberale, osteggiata sia quando questa si identificava col socialismo, sia quando questa apparve sotto forma di corrente nelle sue stesse fila.
La fine del comunismo non ha comportato a sinistra la fine di un certo “razzismo ideologico” secondo il quale c’è qualcuno che ha sempre ragione e gli altri avrebbero sempre torto; secondo il quale alcuni sarebbero il bene e gli altri sarebbero il male.
La fine del comunismo non ha eliminato il vizio terribile della presunzione di autosufficienza che ha legittimato alcuni a ritenersi depositari della verità anche quando questa non corrispondeva alla verità vera.
Nonostante la Storia con la S maiuscola abbia dato ragione alla politica del socialismo democratico e riformista, dai Ds, non sono state ancora del tutto riconosciute le ragioni del socialismo e non si è ancora ammesso l’errore strategico dell’annientamento morale del vecchio PSI.
Purtroppo a questi ritardi culturali hanno fatto da corollario comportamenti settari e discriminatori proprio nei confronti dei socialisti nelle singole realtà locali, che si protraggono ancora oggi quando ci si siede intorno al tavolo per discutere di alleanze, di liste e di posti e tutto questo inevitabilmente ha pesato.

Adesso le cose sembrano cambiare e così come non sosteniamo che la storia del vecchio PCI sia tutt’uno con la storia del totalitarismo comunista, così oggi non possiamo sottovalutare come soprattutto dopo il 13 maggio sia cresciuto tra le fila di quel partito il bisogno di un cambiamento profondo.
Sbaglieremmo se non volessimo vedere le novità presenti nelle mozioni congressuali e sbaglieremmo se non considerassimo con la dovuta importanza alcune recenti prese di posizione che vanno nella direzione delle cose che stiamo sostenendo.
“E’ necessario costruire con Giuliano Amato, lo SDI e gli ambientalisti una forza del socialismo riformista” ha detto Piero Fassino parlando l’altra sera a Milano e dobbiamo prendere atto della serietà con la quale i segretari lombardo e milanese dei Ds hanno risposto ieri alla lettera aperta che abbiamo inviato nei giorni scorsi al loro congresso.
Per questo auspichiamo che il congresso dei Ds abbia uno sbocco politico positivo e con coraggio ci sia da parte di quel partito la disponibilità ad un confronto di ampio respiro.
Il progetto Amato per la costruzione di un nuovo partito del socialismo italiano rappresenta per noi socialisti un obiettivo da perseguire con convinzione persino prescindendo da lui e dalle risposte che otterremo da altri.
Due cose ci sono chiare: il nuovo partito del socialismo italiano non passa per l’iscrizione dei socialisti al partito dei Ds, e il partito del socialismo italiano da costruire deve nascere come partito nuovo.



3. Le nuove sfide
3.1. E’ in questa prospettiva che si colloca la prima grande sfida del socialismo e della sinistra italiana: quella che si riassume da un lato nell’esigenza che i socialisti facciano i socialisti e dall’altro nell’anomalia di una sinistra che non si è ancora omologata alla socialdemocrazia europea.
Costruire un nuovo partito socialista e riformista rappresenterebbe per l’Italia il primo passo per colmare almeno in parte il divario con il resto d’Europa.
La sinistra italiana appare vecchia, spesse volte frenata, ideologizzata e divisa incapace di essere profondamente ed autenticamente occidentale.
Bisogna cambiare.
Abbiamo bisogno di una moderna sinistra di governo capace di affrontare i temi dell’innovazione e della modernità, in grado di definire un progetto di cui da tempo non si parla più e che si allinei ai processi di trasformazioni già avvenute nelle principali socialdemocrazie europee.
Impegnarci a dar vita ad una sinistra moderna che sappia guardare ai problemi interni con una prospettiva strategica più chiara e una sinistra moderna che sappia guardare alle questioni internazionali non da spettatore ma da protagonista, non è una cosa di poco conto.
Ma la sinistra moderna passa per un nuovo partito: occorre superare le divisioni, non bisogna sommare le sigle, ma raccogliere intorno ad un grande progetto tutte le risorse umane disponibili, partendo contemporaneamente dal basso e dall’alto, non escludendo nessuno e riscoprendo la passione di un nuovo processo costituente.
Penso che intorno a questo progetto ci sia più attesa di quanto noi non immaginiamo.
Anche se da un po’ di tempo in qua la socialdemocrazia nel nostro Paese non sembra granchè di moda, ed anche se qualche editorialista ha parlato della nascita di un nuovo partito socialista come di una cosa vecchia, c’è attesa e speranza più di quanto non si creda.
C’è nelle giovani generazioni e c’è nella comunità internazionale. Molti si aspettano che in Italia la sinistra esca dalle secche in cui è finita.
I tragici fatti dell’11 settembre e il conflitto internazionale che si è aperto non hanno fatto altro che accelerare il processo e ci obbligano ad affrontare le nostre questioni con maggiore velocità.

Come ha detto Giuliano Amato presentando il suo progetto nel luglio scorso “il bisogno che il mondo ha di noi, della sinistra, è quello di non scivolare nella frattura sociale, nella violenza e nel conservatorismo. Siamo attrezzati per giocare questo ruolo, ma è necessaria una riconversione culturale che ci riguarda tutti.
Unire la sinistra è un prerequisito alla soluzione del problema, ma non è la soluzione. Una forza politica che si presenta frammentata non può riuscire ad avere un impatto efficace su una realtà globalizzata.”
Noi pensiamo che l’attesa ci sia e la sfida meriti di essere raccolta.
L’opinione pubblica si domanda come mai di fronte alle grandi questioni del Paese e dell’umanità il dibattito nella sinistra italiana sia ancora così flebile? Spetta anche a noi, anche sotto la pressione di questo particolare momento, colmare il deficit tra la domanda di politica e le nostre quotidiane e frammentarie risposte.
La domanda di politica c’è e non è un caso che a fronte della cosiddetta crisi della sinistra, al socialismo e alla socialdemocrazia siano continuamente dedicati libri, convegni e riviste ed oggi persino una testata giornalistica come quella del Corriere on-line abbia deciso di aprire un forum giornaliero sulle prospettive della sinistra italiana, non lo avrebbe fatto se non avesse percepito che la questione socialista non solo non è morta ma è tornata ad essere di piena attualità.


3.2 Dopo l’11 settembre la questione internazionale si è imposta come una questione essenziale e la complessità delle questioni in gioco richiede anche ai socialisti di tutto il mondo di assumersi la responsabilità di una politica chiara.
Con l’11 settembre sono venute a galla molte questioni che avevamo in qualche modo rimosso o sottovalutato. Abbiamo scoperto la violenza del terrorismo internazionale, abbiamo scoperto che esistono più di un miliardo di islamici che vivono pressochè tutti in paesi non democratici sotto dittature e regimi autoritari.
Abbiamo scoperto che il pericolo paventato anni fa, circa il fatto che la prossima guerra, se mai ci fosse stata, sarebbe stata una guerra di civiltà, rischia di diventare realtà.
E abbiamo scoperto quanto il mondo sia ancora vulnerabile, come un equilibrio mondiale fondato solo su una super potenza alla lunga non regge, e quanta sottovalutazione ci sia stata intorno al tema della pace in molti paesi occidentali.

Fin dai primi giorni dopo gli attentati in America, in Consiglio regionale abbiamo assunto una posizione precisa e a livello nazionale abbiamo fatto altrettanto stando, insieme ad Amato, lontani dalla marcia da Assisi.
Abbiamo espresso la nostra più sincera e convinta solidarietà al popolo americano, alle istituzioni ed agli Stati Uniti d’America.
Abbiamo sottolineato la necessità che anche il nostro Paese si mettesse dalla parte degli Stati Uniti d’America per combattere il terrorismo, i responsabili, i mandanti e quanti possano avere coperto, sostenuto, tollerato ed alimentato una spirale di odio e di terrore sfociata in questi nuovi crimini.
Abbiamo sostenuto come la civiltà della democrazia debba reagire con ogni mezzo nella consapevolezza che dietro a questi atti terroristici sofisticati non c’è la mano dei diseredati, non c’è il disagio sociale ed economico di popolazioni povere, ma c’è il denaro, ci sono apparati, strutture, mezzi tecnologici, forse anche Stati e governi, che alimentando integralismi e strumentalizzando il fondamentalismo, nascondono grandi interessi politici ed economici. Abbiamo condiviso la posizione di Tony Blair che ha affrontato la questione di petto dicendo con chiarezza “l’America ha i suoi difetti ma è un Paese libero, una democrazia. Per cui ritengo che questa sia una battaglia per la libertà. E desidero che divenga una battaglia per la giustizia. Giustizia che non consiste solo nel punire i colpevoli ma giustizia per portare questi stessi valori di democrazia e libertà a tutti i popoli del mondo. E per libertà non intendo soltanto quella in senso stretto di libertà personale ma in senso più largo di opportunità per ciascun individuo di godere di una libertà economica e sociale per poter sviluppare appieno le sue potenzialità.”
Dopo l’11 settembre si è detto, cambierà tutto, ci saranno conseguenze profonde in Europa, nella NATO e nei rapporti di tutto l’occidente, con Russia, Cina e paesi asiatici.
Ragione di più per i socialisti e la socialdemocrazia di svolgere un ruolo internazionale non di secondo piano sia in Italia che nel resto del Mondo.
Insieme agli altri Paesi europei sarà necessario impegnarsi sempre più per ridare all’Europa, anche attraverso il progetto di sicurezza europea, un ruolo che oggi sembra affievolito.
L’Europa deve schierarsi senza incertezza nella lotta al terrorismo, ma nello stesso tempo insieme agli altri Paesi occidentali dovrà saper mantenere aperto un dialogo con l’Islam non fondamentalista, senza confondere il fondamentalismo con il terrorismo o peggio ancora, con l’immigrazione.
Un impegno concreto dovrà essere soprattutto rivolto contro i regimi autoritari, totalitari e repressivi per aiutare quei popoli ad uscire da quella condizione e perché possano vivere in Paesi democratici ed in libertà.

I socialisti più di altri hanno le carte in regola per perseguire insieme una coerente politica europeista, atlantica, occidentale e chiaramente democratica.
Per noi socialisti non è difficile stare dalla parte dell’America. Come è stato detto in questi giorni, in Italia l’antiamericanismo è cresciuto nella cultura fascista per i fatti dell’ultima guerra, nella cultura comunista, ma è stato ben presente anche in buona parte della cultura cattolica che ha visto nell’America la patria delle libertà individuali e della laicità.
Ma ancora di più, per noi che abbiamo una profonda cultura laica, è più facile non cadere nelle incomprensioni che possono emergere dalle diversità di religione.
Certo le difficoltà non mancano e non mancheranno.
E abbiamo avuto le prime avvisaglie. Un’altra volta la sinistra in Italia ha dimostrato di essere divisa ed è gravissimo che il centrosinistra si sia diviso in Parlamento sulla lotta al terrorismo e sulla guerra.
Dopo il voto ingiustificabile dei Comunisti Italiani e dei Verdi, ha fatto bene Giuliano Amato, onestamente, a domandarsi, di fronte all’evidente difficoltà di Berlusconi cosa sarebbe successo al centrosinistra e quali difficoltà avremmo dovuto superare se ancora al governo ci fossimo divisi un’altra volta, perdendo sull’Afganistan Comunisti e Verdi così come perdemmo Rifondazione sul Kosovo.
D’altra parte una sinistra moderna deve mettersi in mente che governare vuol dire avere opinioni forti, se i governi non hanno ruolo e se nei partiti che lo sostengono prevalgono pensieri deboli si va verso il caos e si va a casa.

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