SUPERARE LA POVERTÀ PER UNA VERA LIBERTÀ DELL’UOMO di Alberto Angeli 6 giugno 2020 - Seconda parte

06 giugno 2020

SUPERARE LA POVERTÀ PER UNA VERA LIBERTÀ DELL’UOMO di Alberto Angeli 6 giugno 2020 - Seconda parte

Ora, in Italia è ormai un luogo comune deplorare l'intrinseca inefficienza dell'apparato pubblico -  INPS docet – per cui, secondo una  corrente di pensiero  molto suggestiva, non è davvero il caso di affidare l'assistenza ai poveri agli organismi statali: non farebbero altro che creare scompiglio aggravando la loro sorte. Ma forse c’è del metodo in questa comportamento dell'apparato statale, o un disegno più vasto, che comporta il rifiuto di ogni responsabilità nei confronti delle fasce di popolazione meno abbiente, che  riprende il filo di una tradizione secolare, secondo la quale ogni forma di sussidio pubblico finirebbe per danneggiare i cittadini in condizioni di povertà. In questo modo, è stato detto, si abbatte il loro morale, distogliendoli da attività remunerate.

 

Un'altra argomentazione, che si collega a quella precedente, accusa l'assistenza pubblica di disincentivare la propensione al lavoro, poiché trasferendo agli sfaccendati una parte del reddito di chi lavora si scoraggerebbe la popolazione attiva, incoraggiando invece l'ozio e la pigrizia.  Ma chi potrà mai credere seriamente che la grande maggioranza dei poveri o dei disoccupati preferisca l'assistenza pubblica a un buon posto di lavoro? Eppure, si tratta di una tesi che ha molti sostenitori.

 

Ma un povero o un disoccupato può scegliere? Secondo l’economista Milton Friedman: «la gente deve avere il diritto di scegliere», una frase che potremmo considerare una trovata, se non fosse sostenuta da un fiorire di economisti che ne esaltano la condizione di libertà, che dovrebbe valere anche per chi non ha i mezzi di sussistenza per cui non può fruire della libertà di spendere. Qui, però, dobbiamo confessare che nulla può opprimere l’individuo, e al tempo stesso mobilitare la sua mente, quanto il fatto di trovarsi senza un soldo in tasca. Spesso sentiamo dire quanto le imposte riducano la libertà dei contribuenti più facoltosi, incidendo sui loro redditi. Ma chi può descrivere gli straordinari spazi di libertà che si aprirebbero ai poveri se potessero disporre di un po' di denaro da spendere? Allora, quanto il fisco sottrae ai ricchi è sempre poca cosa, rispetto al povero a cui non è data nessuna libertà di scegliere. Cosa rispondere a chi ci suggerisce di coltivare pensieri più positivi per evitare di pensare ai poveri, se non che, nel nostro tempo uno spirito autenticamente impegnato a combattere la povertà, magari allargando gli spazi del lavoro  quale conseguenza di una ritrovata capacità e visione economica della politica, rappresenterebbe una norma di comportamento e d'azione molto più responsabile e accettabile.

Sicuramente sarebbe questo l'unico atteggiamento compatibile con una civiltà degna di questo nome. Ed è in definitiva, tra tutte le norme di comportamento, la più prudente e umanamente attesa . Non è un paradosso. Il soddisfacimento dei bisogni è, infatti, l’unica strada da seguire per dare risposte al malcontento sociale, con tutte le sue temibili conseguenze per coloro chi vorrebbe affidare la soluzione del problema alla selezione naturale. Se saremo in grado di applicare questo concetto, trasformandolo il più possibile in norma universale, difenderemo e rafforzeremo la pace sociale e politica. In fondo non è questa la prima aspirazione di ogni riformatore?

 

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