QUANDO IN IRPINIA CROLLO' ANCHE LA PRIMA REPUBBLICA di Peppino Caldarola, da Il Riformista 7 aprile 2009

07 maggio 2009

QUANDO IN IRPINIA CROLLO' ANCHE LA PRIMA REPUBBLICA di Peppino Caldarola, da Il Riformista 7 aprile 2009

La memoria torna a un'altra data terribile nella storia dei terremoti italiani. Erano le 19,34 del 23 novembre del 1980 quando una scossa lunga un minuto distrusse molti paesi dell'Irpinia fra la Campania centrale e la Basilicata. Fu un terremoto devastante che uccise persone e rase al suolo case e paesi interi, ma sconvolse anche la politica italiana. Nelle prime ore l'Italia non si accorse che il terremoto era fra i peggiori della storia nazionale. I tg serali parlarono della scossa e di un bilancio drammatico ma non colsero le dimensioni della tragedia. Il sisma aveva interrotto l'energia elettrica e bloccato le strade, così le notizie arrivavano lentamente. Il 24 novembre, infatti, Il Mattino titolò: «Un minuto di terrore, i morti sono centinaia». Solo nella mattinata del 24 il bilancio cominciò a rivelare l'enormità di una tragedia che costò 2.735 morti e 280.000 sfollati. I telegiornali e i quotidiani fecero partire immediatamente decine e decine di inviati. Da noi all'Unità si sguarnì gran parte della redazione che fu spedita sui diversi luoghi del disastro. Nei giorni successivi tutti cominciarono a prendere confidenza con paesi i cui nomi non avevamo mai ascoltato prima di allora. Sentimmo parlare di Sant'Angelo dei Lombardi, Pescopagano, Muro Lucano, Conza, Balvano. Ciascuno di questi paesi aveva una storia drammatica da raccontare. A Balvano era crollata una chiesa e 80 persone avevano perso la vita. A Conza crollò un intero ospedale, tutti morti. I comuni colpiti furono 36. È bene tenere a mente questo numero perché fu oggetto anni dopo di durissime polemiche. Anche la città di Napoli subì il colpo d'ascia del terremoto. Un crollo a via Stadera a Poggioreale provocò 52 morti. Uno dei luoghi più belli del Mezzogiorno, che da Potenza portava all'interno dell'Irpinia campana, diventò luogo di dolore e di macerie. Il Mattino il 26 novembre aprì con un titolo drammatico che recitava così «FATE PRESTO per salvare chi è ancora in vita, per aiutare chi non ha più nulla». Le dimensioni della tragedia apparivano ormai con grande chiarezza. Immediata fu la mobilitazione nazionale. Volontari da tutta Italia e in particolare dalla regioni del Centro si diressero verso le zone disastrate. Gli inviati raccontavano di gente che non voleva abbandonare le case crollate esattamente come sta accadendo in queste ore in Abruzzo. La tragedia italiana commosse il mondo intero. L'Italia diventò il terminale della solidarietà di tutto il mondo. Gli Stati Uniti inviarono 70 milioni di dollari, la Germania 32 milioni, persino l'Iraq donò 3 milioni di dollari e l'Algeria 500mila. Il conto totale degli aiuti porterà a una cifra di decine di miliardi di dollari. Una tragedia così grande non poteva lasciare in silenzio il protagonista assoluto dell'Italia politica di quegli anni. Era il presidente della Repubblica Sandro Pertini, il presidente più amato degli italiani. A poche ore dal sisma Pertini si recò in Irpinia per vistare i paesi del cratere. Le cronache raccontano che fu colpito in modo drammatico da quello che vide e da quello che ascoltò. A Laviano gli toccò di ascoltare la rabbia della gente che protestava contro il disinteresse dello Stato e l'abbandono, un uomo gli si avvicinò con una figlia morta in braccio, lo abbracciò un bambino che aveva perso i genitori e i fratelli. Fu un choc terribile per Sandro Pertini che non poteva lasciarlo indifferente. Immediatamente chiese di parlare alla tv a reti unificate e pronunciò forse uno dei più forti discorsi politici mai ascoltati. Chiese solidarietà, ma soprattutto puntò il dito accusatore contro quello Stato che non era stato in grado di mettere in salvaguardia quei territori e che non era in grado di organizzare i soccorsi. Fu una vera requisitoria contro la classe dirigente meridionale. Fece epoca la frase: «Dove sono andati a finire i soldi del Belice?». Infine concluse: «Il modo migliore di pensare ai morti è pensare ai vivi». Il discorso fu uno schiaffo ai potenti dell'epoca. L'intera classe dirigente, prevalentemente ma non solo democristiana, si sentì messa sul banco degli imputati. Quasi un decennio dopo quella stessa classe dirigente fu messa sotto accusa dall'inchiesta di Mani Pulite. Ma il primo processo televisivo alla classe politica l'aveva voluto e fatto Sandro Pertini. Lo scandalo del terremoto con il ritardo negli aiuti, le case fatiscenti crollate come fossero di carta fu lo scandalo dei giorni della tragedia. Ma un altro scandalo sconvolse ancora il Mezzogiorno qualche anno dopo e riguardò l'intera fase del post-terremoto. Nessuno aveva ascoltato Pertini. Abbiamo già ricordato che i comuni colpiti dal terremoto era stati 36. Quando Forlani, premier del tempo, preparò il decreto per le zone sismiche i comuni colpiti risultarono 280. Si andava dal foggiano ai quartieri centrali di Napoli. Partì con il terremoto il più grande assalto al bilancio dello Stato. L'intera classe dirigente meridionale, opposizione compresa, partecipò al banchetto. Furono oltre 60mila i miliardi dirottati verso i paesi vittima e i paesi terremotati per grazia politica. Una commissione di inchiesta parlamentare rivelò la quantità di irregolarità che si registrarono nella gestione degli aiuti, con fienili di campagna che lasciavano il posto a piscine, con iniziative industriali nate per morire subito dopo. Fu la grande occasione di arricchimento della malavita che in quegli anni sembrò stringere un nuovo patto con la politica. Per tanti il terremoto fu una vera tragedia, per altri diventò un affare. Così il terremoto e il post-terremoto distrussero l'immagine della politica e segnarono il declino di una classe dirigente.

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