PONTE SULLO STRETTO: NON UN’OPERA, MA UN SISTEMA. E ORA CROLLA IL MURO DELL’OMERTÀ di Angioletta Massimino

13 giugno 2026

PONTE SULLO STRETTO: NON UN’OPERA, MA UN SISTEMA. E ORA CROLLA IL MURO DELL’OMERTÀ  di Angioletta Massimino

C’è un’Italia che non costruisce ponti, ma li usa come bancomat.

Il Ponte sullo Stretto non esiste, non è mai esistito, e probabilmente non esisterà mai, ma intanto ingrassa una società pubblica che vive di stipendi d’oro, consulenze, promesse, pressioni e un sistema di potere che si autoalimenta come una creatura mitologica nutrita dal denaro dei contribuenti.

La Società Stretto di Messina S.p.A. è diventata il simbolo perfetto di un Paese che non realizza infrastrutture: realizza rendite.

E dentro questo teatro dell’assurdo spunta l’episodio più grave, quello che dovrebbe far tremare i palazzi e invece scivola via come una notizia di routine: un magistrato di altissimo livello, chiamato a esprimere un parere sulla legittimità degli atti del progetto, sarebbe stato avvicinato con la promessa di un incarico nella stessa società che avrebbe beneficiato di un giudizio favorevole.

Il magistrato coinvolto non è un nome qualunque, ma uno dei vertici storici della Corte dei conti: Tommaso Miele, per anni figura di riferimento della magistratura contabile, ex presidente aggiunto della Corte e uomo che ha firmato decine di sentenze sui danni erariali. Un profilo di peso, che ha lasciato l’incarico per andare in pensione nel febbraio 2026, dopo una carriera costruita all’insegna del rigore.

Secondo la Procura di Roma, a cercare un canale con lui sarebbero stati Giacomo Francesco Saccomanno, avvocato, ex commissario della Lega in Calabria e membro del CdA della Società Stretto di Messina fino al 2026, e Vincenzo Virgiglio, imprenditore con solide entrature politiche. L’obiettivo attribuito ai due era chiaro: influenzare l’esame della delibera Cipess sul Ponte, orientandola verso una posizione favorevole alla società concessionaria.

La leva utilizzata non sarebbe stata economica, ma promesse di sostegno per incarichi di prestigio una volta conclusa la carriera in magistratura. Un tempismo chirurgico: Miele era appena entrato nella fase finale del suo percorso istituzionale e guardava a nuovi ruoli pubblici. Tra le ipotesi che emergono dagli atti, anche la possibilità di puntare alla guida dell’Antitrust.

Gli investigatori sostengono che Miele avrebbe fornito notizie interne sull’andamento dell’istruttoria. In una conversazione intercettata il 31 ottobre 2025, Virgilio racconta a Saccomanno ciò che Miele gli avrebbe riferito sulla camera di consiglio: una divisione profonda tra i magistrati, al punto che lui avrebbe preferito allontanarsi per non partecipare al voto. 

Un dettaglio che, se confermato, apre uno squarcio inquietante sulla permeabilità di un Organo di controllo che dovrebbe essere impermeabile a qualsiasi pressione esterna.

Miele respinge ogni addebito. Saccomanno parla di semplici scambi tra professionisti del settore. La Società Stretto di Messina si dichiara del tutto estranea e pronta a collaborare, ma il quadro che emerge dalle carte racconta un sistema che non si limita a sfiorare la giustizia: cerca di entrarci dentro, di orientarla, di piegarla.

E mentre questo accade, tre nomi emergono dalle carte dell’inchiesta come i custodi di un sistema che non risponde a nessuno:

Tommaso Miele, il magistrato eccellente che secondo gli inquirenti avrebbe fornito informazioni riservate sull’istruttoria;

Giacomo Francesco Saccomanno, avvocato, ex commissario della Lega in Calabria, membro del CdA della Stretto di Messina dal 2023 al 2026, indicato come uno dei promotori del tentativo di condizionamento;

Vincenzo Virgiglio, imprenditore, figura di raccordo politico‑relazionale, colui che nelle intercettazioni del 31 ottobre 2025 riferisce a Saccomanno le confidenze ricevute da Miele sulla spaccatura interna della Corte dei conti.

Tre uomini al centro di un meccanismo che non costruisce ponti: costruisce posizioni, relazioni, rendite.

E mentre il governo rilancia il Ponte come se fosse un dogma, mentre Salvini lo brandisce come un feticcio identitario e Meloni lo usa come bandiera propagandistica, la Società Stretto di Messina continua a macinare milioni senza posare un bullone, senza tracciare una linea, senza costruire nulla se non carriere, stipendi, incarichi e promesse. 

È un organismo perfetto: vive del progetto e della sua eterna incompiutezza.

Se il Ponte si facesse davvero, la festa finirebbe. E allora meglio tenerlo in vita come mito, come miraggio, come eterna promessa da campagna elettorale.

Intanto i cittadini pagano, i manager incassano, i politici sfilano, e perfino la giustizia viene sfiorata dal sospetto di essere diventata merce di scambio. Il Ponte non unisce Sicilia e Calabria: unisce potere e impunità. È il corridoio privilegiato attraverso cui scorrono stipendi fuori scala, pressioni, tentativi di influenzare magistrati, giochi di palazzo e una cultura pubblica che ha smarrito il senso del limite.

E allora basta ipocrisie: il Ponte sullo Stretto non è un’opera infrastrutturale, è un dispositivo politico‑economico progettato per durare proprio perché non si farà mai. È la più grande opera immaginaria d’Europa, la più costosa, la più redditizia per chi ci campa sopra.

E finché un magistrato potrà essere sfiorato dal sospetto di essere stato “prenotato”, finché una società pubblica potrà distribuire stipendi milionari senza costruire nulla, finché tre figure apicali potranno essere indagate senza che nessuno si dimetta, l’Italia resterà sospesa non tra due sponde, ma tra due vergogne: quella di chi ruba legalmente e quella di chi finge di non vedere.

Perché il vero Ponte, quello che funziona davvero, non è quello tra Sicilia e Calabria: è quello tra potere e impunità. Un Ponte solido, indistruttibile, costruito con cemento armato di silenzi, omertà istituzionale, protezioni politiche e una catena infinita di incarichi, promesse e favori che scorrono come traffico ininterrotto.

E mentre i cittadini aspettano un’opera che non arriverà mai, loro - i professionisti dell’eterno rinvio, gli ingegneri del nulla, i manager del vuoto - continuano a incassare, a sedersi, a firmare, a galleggiare. Il Ponte non si farà, ma la mangiatoia sì: quella è già in funzione da molti anni, quella non conosce ritardi, quella non ha bisogno di pareri, autorizzazioni o cantieri. Quella procede spedita, anno dopo anno, governo dopo governo, scandalo dopo scandalo.

E allora la domanda non è più “quando faranno il Ponte?”, ma “quando smetteranno di farci passare per idioti?”. Perché il Ponte non è un’opera: è un alibi. È la foglia di fico di un sistema che non costruisce futuro, ma solo rendite. E finché questo meccanismo resterà in piedi, l’unica vera infrastruttura italiana sarà la truffa legalizzata.

Vai all'Archivio