PELLIZZA DA VOLPEDO, TURATI, I FERROVIERI E IL SUICIDIO DELLA SINISTRA 1920 -2020. UN SECOLO FA A MILANO di Walter Marossi da Arcipelago Milano del 13 dicembre 2019

13 dicembre 2019

PELLIZZA DA VOLPEDO, TURATI, I FERROVIERI E IL SUICIDIO DELLA SINISTRA 1920 -2020. UN SECOLO FA A MILANO di Walter Marossi da Arcipelago Milano del 13 dicembre 2019

Quando si celebra un centenario di solito si guarda agli aspetti positivi, in questo caso parliamo del centenario di un errore clamoroso quasi un suicidio, quello della sinistra. Elettoralmente il 1919 si chiudeva nel migliore dei modi per la sinistra. Alle elezioni del 16 novembre, su 508 seggi i socialisti se ne aggiudicarono 156, i popolari 100, 21 radicali e repubblicani, 6 i socialisti riformisti mentre i restanti si dividevano tra le varie famiglie liberali e conservatrici.

Il paese era diviso in due: il Partito socialista aveva ottenuto il 60% dei voti in Emilia, il 50% in Piemonte, il 46% in Lombardia, il Partito Popolare aveva ottenuto il suo miglior risultato (36%) nel Veneto mentre nell’Italia meridionale avevano vinto i vari gruppi liberali, spesso notabili locali, con punte del 94,% in Basilicata e del 74,5% in Calabria. A Milano era andata malissimo per la lista fascista con 4657 voti, mentre il PSI aveva il 53,88% con 170201 voti e i popolari il 23,37% con 74000 voti. Per Mussolini e i suoi compagni di lista Marinetti e Toscanini fu un clamoroso insuccesso, tant’è che i socialisti milanesi inscenarono un finto funerale per il futuro duce che penserà per un breve momento di lasciare la politica.

Il PSI ha appena tenuto il suo Congresso, a Bologna, dove i massimalisti hanno stravinto con queste argomentazioni (di Serrati presentatore della mozione): “Quale è oggi la realtà se non la rivoluzione? Che cosa c’è di più reale, di più vero al giorno d’oggi che questo risorgere in ogni paese delle classi proletarie alla conquista della loro completa emancipazione? Che cosa c’è di più vero nel mondo odierno che il fallimento della borghesia ed il trionfo della rivoluzione? Ed allora noi siamo nella realtà, siamo sul terreno dei fatti e voi, cari compagni riformisti, voi compagni dell’ala destra, siete fuori dei vostri tempi, siete fuori della realtà.”

Certo, il 1919 era iniziato con la contestazione di Bissolati alla Scala l’ 11 gennaio 1919, quando Mussolini e un gruppo di futuristi e di arditi avevano fischiato e insultato l’ex ministro, che propugnava un accordo sui nostri confini orientali sostenendo quella Società delle nazioni che era la bestia nera dei vari sostenitori ”vittoria mutilata”. Certo vi erano già stati l’assalto all’Avanti! e le violenze fasciste, certo D’annunzio era a Fiume con i suoi arditi, certo l’estate era stata caratterizzata dai movimenti contro il carovita e da una ondata di scioperi ed arresti e in settembre sul gramsciano Ordine Nuovo veniva pubblicato il manifesto teorico di quello che verrà chiamato il biennio rosso ma il risultato elettorale non lasciava dubbi sulla volontà progressista degli italiani e sull’irrilevanza di Mussolini e il 1920 iniziava sotto buoni auspici.

Amministrativamente la città si preparava a coronare la strategia riformista di Caldara con alcuni importanti decisioni e avvenimenti: si svolge la prima edizione della Fiera Campionaria, gli Asili di Carità sono municipalizzati e diventano Civiche Scuole Materne, viene inaugurato il nuovo ippodromo di S. Siro, il Teatro alla Scala diventa Ente autonomo (fino ad allora era sempre rimasta di proprietà dei palchettisti).

Simbolicamente la città celebra le sue magnifiche sorti socialiste con la sottoscrizione pubblica grazie alla quale il Comune di Milano acquista Il quarto stato di Pellizza da Volpedo.

Pellizza morto suicida nel 1907, aveva lasciato la tela in eredità alla famiglia che però versava in cattive acque, cosi dopo diversi tentativi di cederla al comune di Alessandria e a quello di Sampierdarena i tutori delle figlie propongono di coinvolgere il sovraintendente al Castello ed alle Gallerie civiche Marangoni.

Il quadro viene esposto nel gennaio del 1920 alla Galleria Pesaro in via Manzoni e sull’Avanti del 25 gennaio Marangoni lancia l’appello: “ se nessun privato cittadino si decidesse ad acquistare il quarto stato per farne omaggio alla Galleria Municipale, perché non dovrebbe il proletariato milanese, assicurarsi il suo quadro per offrirlo al suo comune, plebiscitariamente, in un primo gesto di passione estetica collettiva, che gli farebbe molto onore e dimostrerebbe come gli iloti di un tempo siano diventati dei cittadini e degli ateniesi?”.

Per favorire la visione del quadro e la sottoscrizione che immagina come un grande movimento di popolo, il comune concorda con il gallerista l’ingresso gratuito alla esposizione anche il sabato, sopratutto per i lavoratori iscritti alla Camera del lavoro.

Marangoni che si può chiamare uno dei padri del design italiano, non era nuovo a lanciare grandi iniziative, poco prima aveva proposto a Caldara di “promuovere, a non oltre due anni dalla pace, una grande esposizione d’arte decorativa da rinnovarsi di biennio in biennio e tale da assurgere a generale convegno di quanti in ogni parte d’Italia abbiano lavorato alla rinascita delle attività artistiche locali”; sarà da questa iniziativa, che avranno origine le Biennali monzesi e da li la Triennale milanese.

In realtà la sottoscrizione più che dai lavoratori fu sostenuta dal Corriere della sera e da molti esponenti della borghesia illuminata milanese e si concluse con successo: il quadro viene esposto al Castello Sforzesco dove rimane fino agli anni trenta, quando viene rimosso in quanto poco compatibile con il regime e destinato ai magazzini. Riemergerà dopo la liberazione per essere esposto a Palazzo Marino dove rimase fino al 1980 grazie all’interessamento del sindaco Virginio Ferrari.

Mentre il socialismo municipale celebra se stesso il protagonista assoluto del nuovo anno non è un uomo ma un sindacato, quello dei ferrovieri che proclama in gennaio lo sciopero generale di categoria.

Non che durante il 1919 non vi fossero stati scioperi anzi se ne contarono più di 2000 di tipo economico e sopratutto vi era stato lo sciopero generale del luglio, che per alcuni avrebbe dovuto essere la “grande ora” della rivoluzione e che invece confermò il controllo sindacale socialista sulle masse ma lo sciopero ferroviario del gennaio 1920 innesca una dinamica diversa.

Lo sciopero dei ferrovieri era da sempre il più politico anche perché di fatto illegale: la legge 429 del 7 luglio 1907 infatti recitava: “Tutti gli addetti alle ferrovie esercitate dallo Stato, qualunque sia il loro grado e ufficio, sono considerati pubblici ufficiali. Senza pregiudizio dell’azione penale secondo le leggi vigenti, coloro che volontariamente abbandonano o non assumono l’ufficio e prestano l’opera propria in modo da interrompere o perturbare la continuità e le regolarità del servizio sono considerati come dimissionari e sono surrogati.”

Quando la mattina del 9 gennaio 1920 i sindacalisti presentano le loro rivendicazioni al ministro dei trasporti non si aspettano che il Consiglio dei ministri il giorno dopo, approvi quasi tutte le loro richieste, ciononostante proclamano lo sciopero generale della categoria a partire dalle ore 6 del 20 gennaio, con un intento preminentemente politico.

Il Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, da Parigi dove cerca di risolvere la questione fiumana, da ordine d’agire con “estremo rigore”: le stazioni sono presidiate dai militari, i treni in viaggio hanno una scorta, i binari sono pattugliati e sorvegliati anche con aerei e dirigibili, i porti vengono militarizzati.

Con lo stesso rigore il sindacato chiama alla lotta contro il governo e contro i crumiri. Recita un volantino: “Colui che, ad azione iniziata, non prende parte attiva alla medesima, tradisce sé stesso, la propria famiglia, la categoria, la classe a cui appartiene. I crumiri saranno bollati a sangue e per sempre …Compagni ferrovieri! Ognuno di voi imiti i più forti; persuada gli incerti; punisca come può i traditori.”

L’adesione allo sciopero è massiccia al nord e al centro quasi inesistente nel sud e gli atti di violenza reali furono certamente inferiori alla violenza percepita ed ingigantita dai giornali (tutta la vicenda dello sciopero è dettagliatamente narrata da Bruno Tobia in due saggi per Carocci, cui questo articolo è fortemente debitore).

Come d’abitudine al tempo, lo sciopero è governato da assemblee di lavoratori; a Roma il 24 gennaio se ne tennero due, oratore principale Nicola Bombacci, che magnifica il successo dell’astensione, la compattezza dei lavoratori e prospettava l’avvio di una fase rivoluzionaria. La platea applaudendo l’oratore grida anche “Abbasso Turati!” consentendo a Bombacci di regolare i conti con i riformisti e di denunciare che Turati aveva mancato ai suoi doveri nei confronti del partito, che non sarebbe rimasto a lungo nei suoi quadri e che, anzi, non sarebbe dovuto essere nel parlamento per i socialisti da almeno dieci anni.

Ma che cosa era accaduto?

Turati era partito qualche ora prima dell’avvio dello sciopero da Milano per Roma con un treno che era stato fermato a Pisa e da li guidato a Roma da ferrovieri volontari, che erano stati poi premiati dai viaggiatori con una colletta di 800 lire cui il deputato socialista aveva contribuito con 10.

Un giornalista anch’egli sul treno aveva raccontato il fatto e “L’Avanti!”, aveva scritto un corsivo contro Turati : “Con questo suo atto, che urta violentemente col sentimento, con la ragione, con la pratica di tutta la nostra attività di partito, Filippo Turati si è messo da sé fuori dei nostri quadri. Nelle nostre file non vi possono essere né crumiri, né promotori di crumiri”

 

La replica di Turati fu in parte tecnica spiegava infatti di essere partito non “per diporto”, ma come deputato e socialista, dovendo partecipare ad un comitato per una vertenza delle zolfatare in parte politica, infatti si chiedeva retoricamente: “da quando fosse obbligo per un socialista , riconoscere la incondizionata legittimità […] di qualunque sciopero dichiarato nei servizi pubblici per un interesse esclusivamente corporativo”.

Per i massimalisti questa domanda era una provocazione e l’Avanti chiese un pubblico giudizio che si tenne la sera del 27 gennaio quando ormai la vicenda era su tutti i giornali, presso la sezione socialista di Milano, con la richiesta da di espulsione di Turati dal PSI da parte di certo Ulivelli.

Con fatica Claudio Treves ottenne il rinvio della discussione motivandolo con l’assenza di Turati trattenuto a Roma. Il rinvio per cause “tecniche” irritò Turati che si convinse che anche i suoi compagni di corrente non avevano il coraggio di affrontare l’assurdità degli scioperi politici, scrive infatti alla Kuliscioff: “Ma che scelleraggine questo sciopero! E quante ipocrisie in tutto questo nostro partito, nel quale quasi tutti – a uno a uno – lo vituperano e quasi tutti fingono solidarietà che non sentono!” Nel frattempo all’interno del partito si sviluppa una vera e propria campagna contro Turati che raccontava alla Kuliscioff: “Non ho che alcune cartoline insolenti, di ferrovieri anonimi, salvo un tal Piero di Foggia, che mi mandò un vaglia di lire dieci per rifarmi della mancia al crumiro, più quindici centesimi per comprarmi corda e sapone … e che fa il paio coll’atto di accusa di un anarchico Sbrana che ieri al ristorante tentò di consegnarmi ugualmente dieci lire, che ho buttato per terra e le avranno godute i camerieri…”.

Il 5 maggio la sezione milanese si riunì nuovamente e a favore di Turati intervennero tra gli altri Mondolfo e Caldara, che ottennero un nuovo rinvio ed infine il 10, quando dopo anche qualche scazzottatura l’assemblea decide che le spiegazioni di Turati erano sufficienti per il caso personale nulla deliberando sul contenuto politico .

La rottura tra riformisti e massimalisti non poteva che avere una esemplificazione più plastica: Turati nel giugno con il suo discorso “Rifare l’Italia” ne prenderà atto ed espliciterà la strategia riformista del tutto alternativa a quella ufficiale del partito, dal quale comunque sarà espulso nel 22.

Nonostante svariati appelli allo sciopero non si unirono gli impiegati delle ferrovie mentre i postelegrafonici posero fine alla loro altrettanto impopolare agitazione proprio quando si avviava quella dei ferrovieri e contemporaneamente nell’opinione pubblica si ingrossava il fronte antisciopero facilmente misurabile anche dal numero di volontari che si proponevano come sostituti dei ferrovieri.

Il ministero dei Trasporti aveva infatti aperto un apposito ufficio per raccogliere e vagliare le domande dei volontari disposti a collaborare al funzionamento dei servizi. Fondamentalmente sono reduci ed ex militari che trasferiscono l’esperienza maturata al fronte ma anche molti studenti con un indubbio effetto propagandistico filogovernativo, ancorché piuttosto stravagante l’elenco delle associazioni e delle personalità che si misero a disposizione: l’Unione popolare antibolscevica, l’Associazione nazionale combattenti, l’Associazione nazionalista, il conte Gianbattista Spalletti, il marchese Giuliano Capranica del Grillo, il tenente generale conte Carlo Guicciardi di Cervarolo, l’ing. Rinaldi, ex vicedirettore generale delle ferrovie, il conte Tullio Cantoni, il principe Fabrizio Colonna, il marchese Lorenzo Theodoli, il Fascio romano di combattimento, il Fascio giovanile di combattimento, la Lega studenti scuole medie, il Fascio di difesa nazionale.

Il massimo della popolarità i volontari lo raggiunsero quando alla guida di un convoglio si mise il colonnello Raffaele Rossetti, medaglia d’oro al valor militare, l’affondatore della “Viribus Unitis” (negli anni successivi militante antifascista repubblicano e di Giustizia e Libertà).

Non è la prima volta che “volontari” sostituiscono le maestranze in sciopero, era già accaduto sia in scioperi locali (i tram di Milano) che in altri settori (i postini a Bologna) ma per la prima volta ha una dimensione così complessa e articolata nonostante i non pochi atti di dissuasione messi in atto dagli scioperanti.

Con il ritorno di Nitti da Parigi lo scontro si acuisce e il governo minaccia di applicare sanzioni agli scioperanti tra cui quella di non pagare le giornate di sciopero, come era accaduto invece per l’agitazione dei postelegrafonici da poco conclusa.

 

IL 26 gennaio, il giorno precedente l’ultimatum governativo, il leader sindacale Ludovico D’Aragona e Bombacci incontrano Nitti. La trattativa per la chiusura dello sciopero è avviata. Il governo concede le otto ore per tutti, il riconoscimento delle organizzazioni ferroviarie, la rappresentanza del personale nel Consiglio d’amministrazione, la revisione delle tabelle organiche, la sistemazione degli avventizi e un aumento salariale, cioè tutto quello che era già disponibile a concedere prima dello sciopero. La vertenza si chiude il 30 gennaio; economicamente e normativamente è un successo, ma politicamente ha isolato i lavoratori e alimentato un generale risentimento contro le sinistre.

Tra i pochi a considerare lo sciopero un successo vi furono Bombacci, che nel frattempo aveva presentato un progetto di costituzione dei Soviet in Italia, e Malatesta rientra in Italia il 24 dicembre 1919 dopo 5 anni di esilio coatto.

Entrambi erano stati favorevoli al progetto di insurrezione con uomini e armi in arrivo da Fiume sostenuta da D’annunzio e De Ambris che Giulietti, il leader del sindacalismo marittimo ed una delle figure chiave del diciannovismo, aveva loro prospettato in un paio di riunioni a Roma, una proprio il 19 gennaio.

Entrambi presumibilmente consideravano lo sciopero dei ferrovieri un tassello della progettata insurrezione che non partì per la scontata opposizione della CGL (si narra che il sindacalista Ludovico D’Aragona, avesse informato il prefetto di Torino Paolino Taddei dell’ipotizzata insurrezione con connotati massonico repubblicani) e quella non scontata di Serrati. In pratica si sarebbe dovuto trattare di una marcia su Roma con D’Annunzio e il PSI, gli interventisti e i legionari fiumani, gli anarchici e molti altri ma senza Mussolini (anche se qualcuno adombra che potesse anch’egli essere della partita). Anni dopo Giulietti scriverà ad Ottavio Dinale: “a Fiume c’erano tredicimila tonnellate di armi sbarcate dal piroscafo Persia. La Marcia su Roma con queste armi, con i legionari, con gli interventisti, con i rivoluzionari ed un partito di massa come il socialista, sarebbe sicuramente riuscita”.

Quello che oggi appare come uno sgangherato e fantasioso progetto allora fu cosa molto seria e i protagonisti vi torneranno più volte sopra in memorie e racconti.

Il fallimento del progetto insurrezionale porterà Malatesta su Umanità Nova dell’aprile a porsi una domanda pertinente su Bombacci e i suoi compagni della frazione comunista: “Hanno voglia i dirigenti socialisti di fare la rivoluzione? Tra essi ve n’è di quelli che si dicono francamente riformisti. Essi dicono che la rivoluzione non si può fare perché il proletariato non è maturo…è un opinione che crediamo erronea ma che si può sostenere con buone ragioni…ma vi sono dei dirigenti socialisti che si dicono rivoluzionari e appena la gente accenna a prendere sul serio i loro concioni… buttano acqua sul fuoco che essi stessi hanno acceso.”

Sul massimalismo/comunismo in fondo la pensava come Mussolini che scriveva: “Hanno promesso troppo e a troppo breve scadenza hanno gridato troppo: Viva Lenin e viva la Russia: hanno agitato troppo dinnanzi aIle masse, il programma del comunismo immediato, da realizzarsi il mercoledì successivo alle elezioni (siamo già al venerdì… non si vede nulla!) per poter fare macchina indietro. Se il massimalismo italiano non paga la sua cambiale, il popolino la protesterà e allora saran pasticci… E’ evidente e il massimalismo si esaurirà nello sforzo di sostituire la facile frase rivoluzionaria alI’impossibile fatto rivoluzionario” ; e Turati “ Perché chi aspetta con cieca fede il terno al lotto, non si rimbocca le maniche e non s’industria di prepararsi il pane quotidiano. In altri termini, voi uccidete il socialismo, voi rinunziate all’avvenire del proletariato. Il massimalismo è il nullismo; è la corrente reazionaria del socialismo.”

Nei fatti il risultato dello sciopero è un radicale spostamento a destra dei ceti medi, un rafforzamento del governo Nitti, una definitiva rottura tra riformisti e massimalisti/comunisti. Questi ultimi di li a pochi mesi (Milano il 15 ottobre 1920) decideranno in una conferenza il loro programma/manifesto: “Il programma d’azione comune che noi vi prospettiamo in vista del Congresso può, a parer nostro, essere compendiato nei seguenti capisaldi principali: … Cambiamento del nome del Partito in quello di Partito Comunista d’Italia…Conseguente e formale esclusione dal Partito di tutti gli iscritti e gli organismi, i quali si sono dichiarati e si dichiareranno contro il programma comunista attraverso il voto delle Sezioni o del Congresso o con qualunque altra forma di manifestazione… Preparazione, dell’azione insurrezionale del proletariato utilizzando tutte le possibilità di propaganda legale, e organizzando nello stesso tempo sistematicamente il lavoro illegale, per realizzare tutte le indispensabili condizioni dell’azione e assicurarne i mezzi materiali … Denunzia del patto d’alleanza tra Partito e sindacato inspirato ai criteri social-democratici della parità di diritti tra sindacati e Partito, per sostituirlo coll’effettiva direzione delle organizzazioni economiche proletarie da parte del Partito Comunista, attraverso la disciplina dei comunisti che lavorano nei Sindacati agli organi direttivi del Partito… partecipazione alle elezioni politiche ed amministrative con carattere completamente opposto alla vecchia pratica social-democratica e con l’obbiettivo di svolgere la propaganda e l’agitazione rivoluzionaria, e di affrettare il disgregamento degli organi borghesi della democrazia rappresentativa…firmato Nicola Bombacci, Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Francesco Misiano, Luigi Potano, Umberto Terracini.”

Non sono mancate altre letture della vicenda: Serge Noiret ha sostenuto che la proclamazione dello sciopero e il sostegno di Bombacci, l’uomo di Mosca nel PSI prima e nel PCI poi,si spiegava con una manovra voluta da agenti russi in Italia per ottenere che l’Italia riprendesse il più rapidamente possibile le relazioni commerciali con Mosca e che lo stesso Nitti sarebbe stato al corrente delle motivazioni strumentali dello sciopero.

Certo è che Bombacci, che si era dimesso da segretario del PSI poco dopo la fine dello sciopero e aveva partecipato da protagonista alla fondazione del PCI sarà per alcuni anni dipendente della ambasciata sovietica (l’Italia fascista fu la prima nazione al mondo a riconoscere l’URSS) per finire fucilato a Dongo e appeso a testa in giù in Piazzale Loreto.

 

Grazie quindi, anche allo sciopero dei ferrovieri che da il via alla fase più dura di quello che è stato chiamato il biennio rosso, a pochi mesi dal voto, il successo elettorale socialista fu archiviato e Mussolini poté rialzare la testa.

Ciononostante il 20 novembre alle elezioni amministrative i socialisti rivincono a Milano, questa volta di misura, eleggendo sindaco Angelo Filippetti, ma il clima è cambiato e il comune sarà commissariato dopo pochi mesi.

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