LA COSTA CONTRO LA SIERRA: SOCIETA' E POLITICA IN PERU' di Paolo Zinna da "Contropiede" del 9 giugno 2026
15 giugno 2026
Quali sono le cause di questo esito? E’ possibile inserirle in una visione complessiva del prevalente spostamento a destra dell’America Latina nell’ultimo anno?
Stati diversi, elementi comuni
Si notano alcuni elementi comuni in diverse nazioni ispanofone dell’America Latina (ma anche il Brasile ne condivide la maggior parte):
- una forte polarizzazione sociale fra i pochi molto agiati e i molti poveri
- aree regionali con caratteristiche economiche e sociologiche dissimili, che si manifestano anche in orientamenti politici opposti. Spesso, tali differenze corrispondono a differenti prevalenze etniche e linguistiche (indigeni vs “criollos” e “mestizos” di discendenza almeno in parte spagnola)
- una storia pesantemente influenza da ingerenza “colonialista” degli Stati Uniti, esercitata in passato attraverso brutali “golpes” oggi da campagne di influenza pesantissime
- un sistema politico molto debole, non strutturato con partiti di identità forte e stabile.. Al contrario si assiste nel tempo a cambiamenti abbastanza sorprendenti di posizionamento, da sinistra a destra e talvolta viceversa
- centralità della figura del “Presidente” che definisce un’epoca. Spesso l’epoca finisce ingloriosamente, con la fuga dal potere. Ma (è la cosa più sorprendente per noi) un leader politico sconfitto o addirittura un dittatore militare rovesciato ricompare anni dopo come figura politica nuovamente accettata e persino democraticamente rieletta! (O magari prevalgono figure molto associate alle dittature passati, ministri del dittatore o suoi seguaci).
- talvolta si perpetuano “dinastie politiche”, famiglie che hanno governato il paese attraverso decine di anni diversi, non necessariamente nella stessa posizione nell’arco politico..
Possiamo vederne esempi in Messico, Venezuela, Colombia, Ecuador, Cile, Bolivia … e, ovviamente, in Perù.
I due candidati in Perù e i loro programmi
Keiko Fujimori (Forza Popolare – Fuerza Popular)
Destra populista e conservatrice. Giunta al suo quarto ballottaggio presidenziale consecutivo, Keiko rivendica l’eredità politica ed economica di suo padre, l’ex presidente Alberto Fujimori.
- Sicurezza: È il pilastro della sua campagna. Propone la linea dura (il cosiddetto “modello Bukele” adattato al Perù), promettendo di schierare l’esercito nelle strade per combattere la criminalità, costruire nuove carceri di massima sicurezza e controllare in modo rigido l’immigrazione.
- Economia: Difesa del modello neoliberista basato sulla Costituzione del 1993 (promulgata da suo padre), incentrato sulle privatizzazioni, sul libero mercato e sul forte appoggio alle grandi imprese estrattive (minerarie).
- Diritti e Società: Posizioni fortemente conservatrici sui temi etici, contraria all’aborto e sostenuta dai movimenti religiosi evangelici e cattolici tradizionalisti.
Roberto Sánchez (Insieme per il Perù – Juntos por el Perú)
Sinistra progressista e nazionalista. Parlamentare ed ex ministro del Commercio e del Turismo durante il turbolento governo di Pedro Castillo, Sánchez raccoglie l’eredità della sinistra rurale e anti-sistema.
- Riforma Costituzionale: È la sua proposta principale. Chiede un referendum nazionale per convocare un’Assemblea Costituente e riscrivere la Costituzione del 1993, giudicata l’origine delle disuguaglianze sociali del Paese.
- Economia e Risorse: Propone un ruolo più attivo dello Stato nell’economia, con una maggiore tassazione sulle multinazionali minerarie e la redistribuzione dei profitti per finanziare welfare, sanità e istruzione pubblica.
- Riforme Istituzionali: Propone una riforma radicale del sistema giudiziario (con l’elezione popolare dei giudici supremi) per sottrarre potere al Congresso, che negli ultimi anni ha destituito diversi presidenti. Ha inoltre promesso l’indulto per l’ex presidente Pedro Castillo.
Classi Sociali ed Elettorato
In Perù i sondaggi demografici dividono la popolazione in livelli socio-economici (NSE) che vanno da A (il più ricco) a E (il più povero). La divisione tra i due candidati segue fedelmente questa scala:
L’elettorato di Keiko Fujimori
- Élite e Classi Medie Urbane (Livelli A, B e C): Concentrati soprattutto nella capitale Lima. Sostengono la Fujimori per paura delle politiche economiche della sinistra (viste come una minaccia per la stabilità finanziaria e la proprietà privata) e per il desiderio di mantenere lo status quo economico.
- Segmenti commerciali popolari: Ha un forte seguito anche tra i piccoli imprenditori urbani, i commercianti dei mercati cittadini e i lavoratori informali delle periferie costiere, attratti dalla promessa di ordine pubblico e mano dura contro le estorsioni e la delinquenza.
L’elettorato di Roberto Sánchez
- Classi Meno Abbienti e Popolazioni Rurali (Livelli D ed E): Contadini, comunità indigene quechua e aymara, e operai del settore informale nelle province dell’interno.
Giovani e Intellettuali di Sinistra: Una fetta di classe media urbana progressista e studentesca che, pur non condividendo tutte le posizioni del blocco legato a Castillo, vota Sánchez in chiave strettamente anti-fujimorista, per evitare il ritorno al potere della famiglia Fujimori (spesso associata agli abusi dei diritti umani degli anni ’90).
Per capire l’oggi, bisogna pazientemente risalire al passato.
Storia sociale e politica dell’800 – ‘900
Un’altra marcata similitudine accomuna alcuni dei paesi sudamericani citati prima. Dopo l’indipendenza conseguita nei primi decenni del 1800 hanno vissuto una storia di contese più o meno sfortunate con i vicini, che sfociano in periodi di repubbliche aristocratiche, dominate da grandi famiglie di possidenti: ad esempio, la “rosca” de “los barones del estaño” in Bolivia, oppure “los barones del azucar” nel Nord del Perù. Contro di essi, più a meno a metà del ‘900, nascono alcuni veri “partiti” riformisti come l’MNR in Bolivia e l’Alianza Popular Revolucionaria (APRA) nel Nord del Perù che si avvicinano al potere o lo conseguono, e svolgono un effettivo ruolo di modernizzazione economica e sociale. Col tempo, però, questi partiti, attraverso contese interne, esaurirsi della spinta ideale, vasti fenomeni di clientelismo localistico, si frammentano e prevertono in formazioni politiche episodiche come quelle descritte prima. L’APRA, in particolare, si radicava nelle regioni peruviane della Costa del Norte, nelle zone di Trujillo, Chimbote, Chiclayo, che erano le regioni delle grandi “estancias” dominate dai signori dello zucchero (“Sólido Norte”).
In ogni caso le confuse vicende politiche e istituzionali dei decenni centrali del secolo non dettero al paese lo sviluppo necessario, tanto che nel 1968 presero il potere giunte di militari progressisti che lo tennero fino al 198. Poi, ritorno alla democrazia e, nel 1985 viene eletto il primo e unico presidente aprista: Alan Garcia Perez, felicitato in Europa come la risposta democratica e riformista alla dittatura cubana, grande amico di Craxi e Felipe Gonzales. Ma fu un disastro: spese fuori controllo, iperinflazione, collasso produttivo. Il PIL cadde del 20%, la povertà salì al 55%. Certi aspetti di quella ”década perdida” ricordano le vicende del chavismo: l’impulso allo sviluppo era necessario, ma lo si attuò senza tener conto della dinamica dei prezzi delle materie prime che lo avrebbero reso sostenibile.
Per di più, esplosero fenomeni di terrorismo aggressivo e sanguinario di matrice marxista: Sendero luminoso, MRTA, cui il governo Gonzales rispose con feroci atti di repressione.
Il Fujimorismo
Il Perù, gravemente deluso dall’Apra e ostile alla destra tradizionalista espressa dal candidato Vargas Llosa (lo scrittore Premio Nobel)), nel 1990 votò in massa l’outsider Alberto Fujimori.
Arrivato al potere, Fujimori improvvisamente applicò ricette di austerità iper liberista. Questa svolta inattesa (“Fujishock”) portò il paese a “salari del Bangladesh con prezzi di Tokio” Per mantenersi al potere, Fujimori attuò un “autogolpe”, sostenuto e consigliato da Valentino Montesinos, capo dei servizi, spia della CIA, protettore di narcotrafficanti, ricattatore e corruttore. Dopo dieci anni di sostanziale dittatura, i peruviani cacciarono via Fujimori che si rifugiò in Giappone [Visitando Lima nel 2000, vidi ancora i segni delle pallottole degli scontri del luglio, sulla facciata del Palazzo del Governo. Del resto, nei quartieri eleganti, le villette erano tutte difese da un “cerco electrico” e agli incroci principali, soldati armati di mitra presidiavano torrette di sorveglianza].
Il nuovo secolo, col lascito avvelenato del “proceso de vacancia”.
La vita politica del paese, dopo Fujimori, racconta una storia sempre ricorrente: presidenti eletti come “riformatori” e progressisti, con grande e superficiale apprezzamento dei progressisti europei, poi presto ripiegati su ricette “frugali”, una volta arrivati al potere. Però spesso si sono comunque trovati in conflitto con il Congresso, quasi sempre dominato dalla destra destra, impediti a governare, sottoposti a proceso de vacancia, ovvero alla loro destituzione per “permanente incapacità morale”, dichiarata dal Congresso.
La “vacanza presidenziale” è il meccanismo costituzionale attraverso cui il legislativo può dichiarare vacante la carica di presidente del Perù, provocando la sua immediata decadenza dal potere. Dovrebbe consentire al legislatore di rimuovere il capo dello Stato quando ritiene che non sia più in grado di continuare a governare, ad esempio per malattia; ma viene sistematicamente usato per condizionare, o far fuori, un presidente per qualche ragione non gradito. È un grimaldello velenoso creato dalla Costituzione del 1993 (fujimorismo) che di fatto consegna tutto il potere al Parlamento togliendolo al Presidente.
Perché il Parlamento è quasi sempre molto più orientato a destra rispetto al Presidente? Non è un caso, è l’effetto del sistema elettorale. In Perù il voto è obbligatorio, come in quasi tutti i paesi del Sudamerica, ma per il parlamento vale il sistema proporzionale a turno unico, per la presidenza è previsto il ballottaggio fra i due candidati più votati.
Nelle regioni andine, base tradizionale dei progressisti, esistono molti partiti locali che non riescono a superare la soglia di sbarramento nazionale del 5% (valla electoral). In più, i seggi sono ripartiti in modo ineguale, ad esempio favorendo la capitale Lima, conservatrice, neoliberista e fujimorista, che elegge quasi un terzo dei parlamentari. Inoltre, in parlamento i partiti della destra, che alle elezioni si sono presentati divisi per rivalità di leadership, si compattano subito nel cosiddetto Bloque Democrático unito dalla difesa del modello economico neoliberista della Costituzione del 1993 e dalla lotta alla sinistra. La sinistra peruviana è storicamente litigiosa e divisa tra l’ala progressista/urbana (es. Juntos por el Perú) e la sinistra rurale/sindacale (es. Perú Libre). Per tutto questo, uno dei cardini del programma di Sanchez è la richiesta di un referendum nazionale per convocare un’Assemblea Costituente e riscrivere la Costituzione del 1993, giudicata l’origine delle disuguaglianze sociali del Paese.
Le accuse di corruzione usate ad arte ma non false
La fine ingloriosa del fujimorismo portò all’elezione di Alejandro Toledo, economista accademico di solidi studi nordamericani, apprezzato in quanto storico oppositore del presidente fuggito. In carica, deludente: scarsi risultati economici, crisi ministeriali continue, accuse di corruzione da mani israeliane e con lo scandalo Odebrecht (grande compagnia edificatrice brasiliana). Oggi detenuto a Lima con vent’anni da scontare.
Nel 2006 viene rieletto Alan Garcia Perez (già, quello esiliatosi nel ’90 lasciando il paese alla fame …). Programma socialdemocratico, attuazione di rigido neoliberismo. Suicidatosi nel 2019 mentre stava per essere arrestato per lo scandalo Odebrecht.
Duemila undici, si elegge Ollanta Humala, con fama di chavista / bolivariano. Entusiasmo in Europa, stavolta soprattutto dalla “nuova sinistra”. In carica realizza qualche passo avanti, certamente non rivoluzionario. Ma lui e la moglie risultano pesantemente compromessi nel caso Odebrecht. Condannato a 15 anni di prigione.
Cinque anni dopo, è presidente Pedro Pablo Kuczynsky. Eletto come conservatore, delude i suoi sponsor della destra. Impeachment nel 2018, oggi agli arresti domiciliari (Odebrecht). Gli succede il vice presidente Martin Vizcarra, a sua volta rimosso nel 2021 per “incapacità morale”.
Finalmente, nel 2021 si elegge Pedro Castillo, rappresentante delle regioni andine, progressista convinto. Annuncia, e comincia ad attuare, un sostanzioso programma di riforme a favore dei contadini. Viene più volte montato contro di lui il solito procedimento per arrivare alla incapacità morale. Ma Castillo, a differenza dei predecessori, non ci sta: a dicembre del 2022, cerca di realizzare un “autogolpe”, sciogliendo il parlamento e dichiarando il coprifuoco nazionale. Non trova sostegno, arrestato mentre cerca asilo nell’ambasciata del Messico, oggi sconta 11 anni di prigione.
Lo sostituisce Dina Boluarte, sua vicepresidente. Nonostante una condotta molto orientata all’immobilismo sociale, viene dichiarata “incapace” nell’ottobre 2025. Le succede il presidente del Congreso José Jeri, destituito a sua volta nel febbraio di quest’anno.
Cosa ricavare da questa cronaca? Pare evidente che si debba far qualcosa per riequilibrare l’uso del “proceso de vacancia” che sta rendendo il paese del tutto ingovernabile.
Quanto alle vicende di corruzione, spesso usate per giustificare gli impeachment, devono essere valutati senza lasciarsi influenzare dall’uso strumentale che se ne sta facendo. E, visti obbiettivamente, alcuni casi sono davvero impressionanti: pur con la massima cautela, non sembra che li si possa vedere solo come armi usate nella lotta politica. molto di ciò che viene contestato agli accusati pare solido e meritevole di sanzione.
Situazione sociale, aree regionali e orientamenti politici.
Come in altri paesi della Latinoamerica, in Perù le disuguaglianze sociali sono molto marcate. L’indice di Gini, che era già piuttosto alto negli anni ’80, la “decada perdida” del terrorismo e dell’iperinflazione (45), raggiunse poi il picco con le riforme neoliberiste radicali di Alberto Fujimori (“Fujishock”, 55) L’economia si stabilizza e cresce, ma la ricchezza si concentra fortemente nelle élite urbane e costiere, ampliando il divario con le aree rurali. I quindici anni successivi mostrano un indubbio miglioramento: nonostante le debolezze del sistema politico. Si scende al 43,6, per l’ottimo andamento delle matrie prime minerarie e l’introduzione di programmi sociali mirati. Oggi l’indice vale circa 40 punti, bene in rapporto al passato ma ricordiamo che in Italia stiamo meglio: il valore è intorno a 32 e la media europea sta sotto il 30.
Come altri paesi dell’area, il Perù ha un gran fascino anche per la sua estrema varietà geografica. Si usa tradizionalmente distinguere la Costa del Pacifico, abbastanza calda e molto arida, la Sierra, panorama di valli verdi e montagne scoscese e infine la Selva, dove i fiumi che confluiranno poi nel rio delle Amazzoni percorrono centinaia di chilometri nella giungla, di fatto ancor oggi molto difficile da connettere al resto del paese.
Pur nella varietà delle contingenze politiche, alla diversità geografica corrispondono marcate differenze economiche e persino linguistiche: l’uso dei linguaggi indigeni, quechua e aymara, è molto più diffuso nella Sierra, soprattutto nelle regioni meridionali.
Anche gli orientamenti politici ne sono influenzati: la carta dei risultati elettorali del 2021 (che si sta confermando oggi) mostra come i distretti rurali e montuosi dell’interno premiano normalmente i progressisti, le città della Costa, più esposte agli scambi e al commercio internazionale, apprezzano gli atteggiamenti a favore del mercato e delle imprese.
La trasformazione degli orientamenti della Costa Norte.
Il passaggio della Costa Norte del Perù (il vecchio “Sólido Norte”) da storica roccaforte della sinistra nazionalista e riformista dell’APRA a bastione del voto di destra (rappresentato oggi soprattutto dal fujimorismo di Fuerza Popular e da altre formazioni conservatrici) è uno dei fenomeni più interessanti della geopolitica sudamericana recente.
Questo mutamento radicale non è avvenuto dall’oggi al domani, ma è il risultato di profonde trasformazioni economiche, della mutazione ideologica dello stesso APRA e della comparsa di nuove minacce percepite dalla popolazione locale. I motivi principali che spiegano questa “derechización” (svolta a destra) del nord sono quattro:
1. Il boom economico agroindustriale e l’ascesa del ceto medio imprenditoriale
Il volto sociale della Costa Norte è cambiato radicalmente rispetto agli anni ’30. La riforma agraria degli anni ’70 ha smantellato le vecchie haciendas oligarchiche, e a partire dagli anni ’90 la regione ha vissuto un boom dell’agroesportazione (mirtilli, asparagi, avocado).
- Dal bracciante all’imprenditore: Il vecchio proletariato rurale arrabbiato e sindacalizzato è stato in gran parte sostituito da una popolazione rurale dinamica, piccoli proprietari e un solido ceto medio urbano legato al commercio, ai servizi e alla logistica portuale.
- Difesa del modello economico: Questo nuovo blocco sociale non cerca più la rivoluzione sociale o la statalizzazione dell’economia; al contrario, è terrorizzato dai progetti della sinistra radicale (come il controllo dei prezzi o la nazionalizzazione delle risorse) che potrebbero danneggiare i mercati d’esportazione. Cerca stabilità, libero mercato e difesa della proprietà privata — cardini delle forze di destra.
2. L’evoluzione ideologica e il collasso dell’APRA
La svolta a destra del Nord è stata paradossalmente guidata, in una prima fase, dallo stesso leader dell’APRA, Alan García, durante il suo secondo mandato presidenziale (2006-2011).
- La svolta neoliberista di García: Per distanziarsi dalla sinistra radicale di Ollanta Humala (allora vicino a Hugo Chávez), García abbracciò pienamente il modello economico neoliberista, i trattati di libero scambio con gli Stati Uniti e la difesa dei grandi investimenti privati.
- La migrazione verso il Fujimorismo: Quando l’APRA è progressivamente crollato e si è dissolto a causa di scandali di corruzione (legati al caso Odebrecht), l’elettorato del nord, ormai abituato a votare per una piattaforma conservatrice e pro-mercato, ha trovato il suo naturale erede nel fujimorismo (Fuerza Popular). Keiko Fujimori ha ereditato gran parte della vecchia rete organizzativa e del voto clientelare aprista nel nord.
3. La crisi della sicurezza e la richiesta di “Mano Dura”
Negli ultimi quindici anni, città del nord come Trujillo, Piura e Chimbote sono state investite da un’ondata drammatica di criminalità organizzata, estorsioni e sicariato, legata anche allo sviluppo economico della zona.
- Le bande criminali (come la famigerata Los Plataneros a Trujillo) colpiscono quotidianamente piccoli commercianti, autisti di trasporti pubblici e imprenditori edili.
- In questo contesto, il discorso politico basato sui diritti sociali ha perso attrattiva rispetto alla promessa populista della “mano dura” (ordine pubblico severo, potenziamento della polizia, stato d’emergenza), storicamente cavalcata dalla destra fujimorista.
- Negli ultimi cinque anni i crimini violenti in Perù sono aumentati significativamente e la percezione di sicurezza si è molto deteriorata fra la popolazione. In questo periodo le denunce di estorsione sono aumentate di cinque volte e gli omicidi sono raddoppiati arrivando a oltre 2mila nel 2025, cioè 10,7 ogni 100mila abitanti: un dato doppio rispetto a quello del Cile e triplo rispetto all’Argentina, ma comunque la metà di quello del Brasile. [In Italia gli omicidi ogni 100mila abitanti sono 0,54].
4. Il rifiuto del centralismo e della sinistra andina
Il Perù vive una profonda frattura geografica e culturale nel voto. Il Sud andino e rurale è storicamente più propenso a votare per opzioni di sinistra radicale, identitaria o antisistema (come è accaduto con Pedro Castillo nel 2021).
- La Costa Norte, storicamente orgogliosa della propria modernità, dello sviluppo costiero e di una tradizione politica storicamente avversa sia al centralismo burocratico di Lima sia ai movimenti radicali della sierra, percepisce la sinistra andina come una minaccia alla stabilità economica.