GIUSEPPE SARAGAT, UN RICORDO DI SERGIO SIMONE IN OCCASIONE DELL'80ESIMO ANNIVERSARIO DELLA REPUBBLICA, COMO 28 MAGGIO 2026
15 giugno 2026
Ringrazio il Comitato Matteotti e il Presidente
Giuseppe Battarino per aver organizzato questo incontro. Esso ci consente di riportare alla luce
alcune figure della nostra storia sulle quali è calato un cono d’ombra a causa
di una lettura superficiale e fors’anche demagogica e strumentale della storia. Parlo di
persone che meritano un primo piano nella memoria collettiva.
Mi è stato chiesto di parlare di Saragat. Premetto che
il tempo concessomi mi consente solo di evidenziare alcuni tratti di una vita
vissuta intensamente. Giuseppe Sragat fu una delle menti
più lucide della sinistra italiana, ma sarei ipocrita se non dicessi in questa
sede ciò che penso e che vado dicendo da oltre trent’anni. Io
sono convinto che le due figure della sinistra del dopo guerra, che per
lucidità, cultura, capacità di analisi del dato contesto storico, per capacità
di cogliere anzitempo le tendenze dei processi storici in atto e soprattutto per
la capacità di elaborare una politica coerente col proprio pensiero ma
ammantata di realismo, siano state Giuseppe Saragat e Palmiro
Togliatti.
Due uomini profondamente marxisti, e proprio perché marxisti anche
revisionisti. Essi rivoluzionarono il concetto deterministico marxiano (teoria
e prassi) per cui la prassi è si rivoluzione ma attraverso un processo
democratico fondato sulla lotta di classe. E mi riferisco a due fatti storici
che segnarono il cammino della nuova storia dell’Italia.
Mi riferisco alla fondazione del Partito
Socialdemocratico (Palazzo Barberini) di Saragat e quella che viene chiamata
“La svolta di Salerno” di Togliatti. Togliatti
nel tratteggiare le linee e l’organizzazione del partito nuovo, altro non fa
che accettare la sfida, proprio socialista, di collaborare alla costruzione di
un regime democratico, il solo che può consentire alla classe operaia di
avanzare rinunciando all’attesa passiva di una rivoluzione violenta (Hic Rhodus
hic salta). Essi rimasero fedeli alla propria storia e alla propria fede
politica e, pur imboccando sentieri diversi, riuscirono a cambiare il senso
della storia da altri confezionata per il nostro Paese. Alla base di questi due
fatti storici citati, vi era la consapevolezza dei limiti imposti da un
Trattato di pace che nella sostanza non era tra l’Italia e gli Stati vincitori,
ma un trattato di pace che i quattro vincitori stipularono tra loro. Partiamo dalla Costituente perché stiamo celebrando
la festa della Repubblica. Saragat fu eletto fu eletto Presidente della
Assemblea Costituente quasi all’unanimità il 25 giugno del 1946. Nel discorso
d’insediamento, prima di indicare il percorso che l’Assemblea avrebbe dovuto
seguire, rende omaggio ai giovani “arsi dalla fiaccola della Libertà e della
Giustizia”, ringrazia l’Assemblea e
dice: “Voi eleggendomi avete voluto onorare il rappresentante modesto di un
Movimento politico che alla difesa dei diritti delle libere assemblee ha
offerto l’anima ardente di Filippo Turati e il sangue generoso di Giacomo
Matteotti”. Egli si sentiva l’erede di Turati e Matteotti e lo era per
designazione dello stesso Turati. Ciò avvenne nel febbraio del 1925 al Convegno
Nazionale del Partito Socialista Unitario quando il ventisettenne Saragat
prende la parola e sostiene un discorso che segna l’inizio della sua storia
politica. “Il Socialismo italiano deve riempire alcune lacune ideologiche,
assumendo come caposaldo dell’azione politica il metodo democratico.” Poi analizzando le ragioni delle gravità che
travolsero l’Italia, concluse che esse derivano dall’assenza dello spirito
liberale nell’anima italiana. Questa sua analisi certamente acuta ci insegna
che per spiegare gli avvenimenti della Storia non è sufficiente analizzare i
fatti e gli atti politici, ma occorre avere una completa conoscenza dei
rapporti di produzione, delle culture e dei luoghi comuni che sono i veri
incubatori di processi democratici o reazionari. Se noi analizziamo il decennio
che va dalla guerra di Libia agli anni venti notiamo l’assoluta assenza di
pensiero liberale mentre le vicende belliche, culture come il futurismo, esaltazioni
dannunziane e anche inconsapevoli apporti (Pascoli) e la scelta interventista
sono stati gli incubatori della dottrina fascista. Così oggi, se ci domandiamo donde deriva la crisi
della democrazia dobbiamo analizzare i processi culturali che hanno
caratterizzato l’ultimo quarantennio. C’è una stretta connessione tra processi
economici, processi culturali e le ricadute sociali. La cancellazione delle ideologie e con esse
la cancellazione di un secolo di storia, l’esaltazione dell’individualismo, del
leaderismo, il sorgere di Partiti padronali e non, comunque permeati di
qualunquismo, sono la conseguenza diretta dell’evoluzione dell’economia, della
centralizzazione finanziaria e della concentrazione della proprietà in un
numero sempre più esiguo di persone, e sono anche i nuovi incubatori del
processo antidemocratico. Ma di questo parleremo più avanti, ora torniamo ad
ascoltare Saragat che conclude così: “Quindi, il compito del Partito deve
essere innanzitutto quello di determinare la formazione dello spirito liberale
che finora in Italia è mancato.” Al termine del suo discorso in quel
febbraio del 1925, Turati lo abbracciò commosso e gli conferì l’investitura
morale di custode del patrimonio ideologico della migliore tradizione
socialista. Con quel discorso Saragat anticipa di un lustro le tesi di Carlo
Rosselli, publicate nel suo libro del 1930 “Socialismo Liberale”. Come vedete c’è
un filo rosso che lega Saragat a Piero Gobetti e a Carlo Rosselli. Saragat era
di Torino, città ricca negli anni venti di fermenti culturali e, Gobetti e la
sua Rivista “La Rivoluzione Liberale” erano un importante riferimento
politico -culturale. Gobetti e Saragat erano legati da profonda amicizia.
Nell’archivio storico del Quirinale, c’è un verbale in cui Saragat venne
delegato ufficialmente da Gobetti a rappresentarlo in una “vertenza d’onore”
conseguente ad una provocazione fascista. Gobetti fu per Saragat un punto
di riferimento per tutta la sua vita politica. Due anni dopo la sua morte,
esattamente il 12 febbraio 1928, così lo commemorò con un articolo scritto su “la
Libertà”: “La concezione liberale rivoluzionaria di Piero Gobetti sorge
dall’incontro del pensiero liberale classico col pensiero marxista. Fra i due
pensieri apparentemente non assimilabili, Gobetti scorge un nesso sostanziale,
un concetto comune: il concetto di lotta. … Di questa concezione tragica della
vita, per cui ogni cosa non vale che per lo sforzo della conquista e nessun
godimento o riposo è concesso a conquista ottenuta, perché altri compiti più
gravi e immediati spronano e assillano, Gobetti ha riconosciuto la più alta
interpretazione nella implacabile dottrina storica di Carlo Marx. La storia,
come storia della lotta di classe, non è altro che la storia come storia della
coscienza …… Morale è dunque la lotta di classe e, appunto perché morale,
liberale……..Ed ecco di fronte agli schemi del liberalismo convenzionale,
sorgere il liberalismo rivoluzionario, teorizzatore implacabile di tutto ciò
che fermenta, si agita, agisce; di tutto ciò che, in una parola, lotta per
creare l’avvenire.”
Forte fu altresì il rapporto di Saragat con Carlo
Rosselli.
Carlo Rosselli, Saragat e Claudio
Treves il 26 novembre del 1925 composero il triunvirato che guidò
clandestinamente il Partito. Quando nel
1930 a Parigi fu stampato il libro “Socialismo Liberale” che Carlo Rosselli
aveva cominciato a scrivere al confino, ne mandò una copia a Saragat con la
seguente dedica: “A Giuseppe Saragat, il più liberale dei marxisti, l’unico
marxista liberale”. Saragat però non condivise le tesi rosseliane “perché è un tentativo di sistemazione del
pensiero socialista su basi antimarxiste, …La tesi di Rosselli è costituita
dall’opposizione tra marxismo e libertà, opposizione che Rosseelli analizza da
premesse di carattere filosofico. Ma a mio avviso è proprio il punto di
partenza che va contestato perché il marxismo non è determinismo filosofico”. Nacque
così tra i due un confronto di altissimo livello che spaziò dalla filosofia
alla teoria socialista e alla politica. Questo
confronto, per quanto duro e profondo, non alterò minimamente l’amicizia e la
stima reciproca come risulta dallo scambio di lettere nell’esilio francese.
Nel
giugno del 1953 Saragat, commentando l’ insuccesso elettorale del suo Partito, ebbe
a dire che fu opera di un destino cinico e baro, riadattando ciò che disse Treves nel 1926 “se il destino
non è un cinico baro…Beh, Io penso che
il distino non è mai baro ma molto spesso cinico; e infatti lo fu nei confronti
dei due contendenti. Diede ragione a Saragat che sosteneva che non può esserci
un partito di massa senza una coscienza di classe radicatasi dalla lotta di
classe, quando il Partito d’Azione che pur aveva raccolto gran parte degli
intellettuali del momento (Parri, Calamandrei, Spinelli, De Martino, Lombardi,
La Malfa) subì una gravissima sconfitta elettorale che lo portò allo
scioglimento. Il destino poi diede ragione a Rosselli quando Saragat fu
costretto dalle condizioni storiche a sganciarsi dal Fronte Popolare e dalla
subalternità al patito Comunista. Saragat portò
molte intuizioni di Rosselli nella teoria socialdemocratica. E il pensiero rosselliano
di un socialismo umanista che mette la libertà individuale sopra ogni cosa lo
ritroviamo in Costituzione.
Nenni e Saragat
avevano una visione profondamente diversa della Storia, ma sul referendum del 2
Giugno hanno un pensiero coincidente. Nenni crede che i conti con la storia
siano fatali e irrevocabili, Saragat sentenzia che la Storia è un giudice lento
perché ha di fronte a sé l’eterno e nel giorno segnato dal destino corona una
sentenza irrevocabile. “il 2 giugno, dice in Assemblea, è stato il
grande giorno del nostro destino. La vittoria della Repubblica è la sanzione di
un passato funesto ma la certezza di un avvenire migliore. Fate che il volto di
questa Repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è
soltanto un rapporto tra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico
equilibrio dei poteri sotto il presidio di quello sovrano della nazione, ma
soprattutto un problema di rapporti tra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono
umani la democrazia esiste, dove sono inumani essa non è che maschera di una
nuova tirannide.“
Su un binario parallelo procede la politica e nel PSI
si riaccende lo storico scontro tra Riformisti e Massimalisti.
Mi corre l’obbligo a questo punto di chiarire il
pensiero di Saragat sul termine Riformismo. Innanzitutto occorre premettere che
Saragat riteneva che “ Se il Bolscevismo è la malattia d’infanzia del
proletariato, riformismo e massimalismo sono le malattie della pubertà del
proletariato” e quindi entrambi vanno liquidati per lasciare il posto
all’unità Socialista rigorosamente marxista e democratica. Ma in altro contesto
precisava che nella storia del proletariato, la corrente centrale si pose sul
terreno del Riformismo, che non voleva significare “strappare le riforme”
perché nessuno si oppone alle riforme ma precisa una “tendenza ad eludere le
esigenze rivoluzionarie della conquista della democrazia”. E siccome il
Socialismo è Rivoluzione, il Riformismo
non è che un processo rivoluzionario che si sviluppa in democrazia. Per Saragat
la conquista della democrazia è l’imperativo categorico del proletariato e
spesso ricorda che proprio il Manifesto del 1848 poneva la conquista della
democrazia come primo dovere del proletariato.
Si capiscono pertanto le ragioni della scissione di
Palazzo Barberini.
Nenni e gran parte del Partito ritenevano di dover
mantenere l’unità della sinistra e non mancava chi condivideva la proposta
fusionista di Togliatti.
Dicevo prima che Nenni e Saragat avevano due diverse
concezioni della storia. Nenni pensava
che la storia evolvesse per macro-blocchi e che pertanto la classe operaia
doveva rimanere unita a qualunque costo. Quell’unità che aveva sconfitto il
fascismo e conquistato la libertà era la condizione per sconfiggere il
capitalismo. Saragat e una minoranza del partito pensava invece che l’unità, che
era sta non solo necessaria ma indispensabile per sconfiggere il nazifascismo e
riconquistare la libertà, non era proponibile alla luce dei cambiamenti storici
in corso.
Saragat ha ben presente che gli accodi di Yalta
sanciscono le sfere di influenza di due blocchi la cui tendenza non può che
essere di contrapposizione e dice: “Quando sento parlare Togliatti, provo
insieme un sentimento di ammirazione e di avversione. Perché di avversione? Voi
da un lato parlate di unità generica, e poi nella sostanza delle cose praticate
una politica di blocco di sinistra, la quale tende a riprodurre sul piano
nazionale quella stessa divisione di blocchi che minaccia il mondo sul piano
internazionale. In realtà questa politica non fa che isolarvi progressivamente.
Alla politica dei blocchi di sinistra potrà corrispondere, a più o meno breve
scadenza una politica di blocchi della destra. Ma pensiamo che questo possa
giovare agli interessi della classe lavoratrice? Non credo.” Saragat a mio
avviso coglie perfettamente il senso della storia, esattamente come l’aveva
colta Togliatti, ma a differenza di Togliatti pone la questione democratica al
di sopra degli interessi del Partito, non ritiene immutabile la situazione
data. “Noi socialdemocratici non ci adagiamo nella situazione dettata (patto
di Yalta) ma pensiamo di sostituire questo equilibrio con un equilibrio
migliore, sperando che la formazione di un’Europa unita e democratica ci
permetta di conseguire questi obiettivi.” Questo pensiero è alla base della formazione del
nuovo Partito.
In questa scelta c’è l’intuizione di Rosselli e la
strada indicata da Eugenio Colorni. Qui si evince la lucidità, la lungimiranza,
la visione strategica di due uomini che seppero elevare lo scontro politico
portandolo ad un confronto culturale, andando così oltre la sterilità della
polemica. Qualcuno ha scritto che erano due intellettuali rigorosi che
credevano nel primato della politica e della cultura. Non importa
chiederci a chi ha dato ragione la storia, ciò che conta è prendere atto che il
senso dello Stato e delle Istituzioni che li animava consentì al nostro Paese
di superare il grigiore degli anni della guerra fredda. Voglio
ricordare un brevissimo stralcio del discorso (ritenuto da Formica di grande
attualità) di Saragat a Palazzo Barberini: “Si illudono coloro i quali
pensano che il nostro movimento possa in un modo o nell’atro orientarsi verso
forme di lotta anticomunista. Mai noi potremo assumere un atteggiamento di ostilità
nei confronti dei comunisti. Quali che siano le radicali differenze che ci
separano da loro, noi sappiamo che in Italia il PCI rappresenta gran parte
della classe lavoratrice.”
Il 6 febbraio 1947 Saragat si
dimette da Presidente dall’Assemblea Costituente perché ritiene che ci sia una
palese incompatibilità essendo il segretario di un Partito.
In Assemblea
Lussu tenta di aprire un dibattito sulla scissione socialista, ma Togliatti
stronca immediatamente il tentativo: “Il collega Lussu ha sollevato una
questione di pura politica. Credo non sia oggi nostra funzione affrontare tale
questione; spetterà, se mai, all’On. Saragat affrontarla e prendere liberamente
le sue decisioni secondo la sua coscienza. Per quanto ci riguarda, nostro
dovere è compiere un atto di deferenza verso un uomo, il quale ha presieduto la
nostra Assemblea con dignità, con imparzialità, con signorilità.”
Saragat non è più presidente e può esprimere
liberamente il suo pensiero. Interviene il 6 marzo del 1947 sul progetto di
Costituzione.
Leggo alcuni stralci del suo lungo e profondo
intervento. “Il popolo italiano è riuscito a riconquistare quei diritti
fondamentali ed inalienabili della persona umana. Ma accanto a quei diritti di
libertà, di diritti individuali, vi è un punto essenziale nel nostro documento
che conferisce alla Costituzione un carattere specifico che ne fa una
Costituzione moderna e adeguata allo spirito del tempo. Questa innovazione si
adegua allo spirito del tempo. Questa innovazione si adegua al moto di
trasformazione della struttura economica della società moderna. Si passa da una
economia a carattere puramente individualistico ad un tipo di economia in cui
la libera impresa si trova a contatto con l’impresa non privata ma collettiva,
di Stato, socializzata. In termini più generali, possiamo dire che il progetto
che stiamo discutendo riflette sul piano giuridico un compromesso tra la forma
tradizionale dell’economia privata, alla forma nuova dell’economia collettiva.
Apro una parentesi per evidenziare come i Socialisti operarono
per dare corpo ai dettami voluti in Costituzione. Fu una politica rivoluzionaria oggi più che mai
attuale. Spero che la sinistra odierna ritrovi il coraggio di riproporre il
Socialismo come unica alternativa al capitalismo imperante.
Vi porto con me al Congresso del PSDI del 1962.
Il quadro politico era cambiato. Nell’agosto del 1956
Nenni e Saragat si erano incontrati in
segreto a Pralognan ed hanno concordato di avviare un processo per riunificare i socialisti in un unico grande
Partito di stampo socialdemocratico ed europeo.
Dopo qualche settimana Saragat rilasciò una intervista
proponendo di superare il centrismo e di dar vita all’alternativa di centro
sinistra. E al Congresso del 1962,
esattamente al
22 novembre, Io ero presente, Saragat nella sua relazione che illustrava il
programma del centro-sinistra dice: “…La nazionalizzazione dell’energia
elettrica ci offre oggi uno dei principali strumenti di attuazione diretta del
(della politica di) piano. Il pubblico controllo delle
fonti di energia è la premessa di ogni politica seria di disciplina
programmatica dell’economia. Le altre grandi aziende pubbliche, prima tra esse
dell’IRI e dell’ENI, che controllano ampi settori industriali, costituiscono
altrettante leve, e strumenti di attuazione del Piano. Infine nel bilancio
pubblico, più non ristretto ai servizi fondamentali dello Stato, bensì ampliato
secondo una visione nuova, moderna ed integrale delle funzioni e dei compiti
dello Stato, noi abbiamo il punto di incontro e di coordinamento degli
interventi pubblici. .……..mi si consenta di ricordare le parole contenute nel
rapporto del 25 ottobre scorso della Commissione della Comunità Europea:
“L’ordine economico fondato sulla libertà non può sussistere senza una presenza
permanente dello Stato nella vita economica.”
Ho voluto leggere questo stralcio del suo discorso perché
sono convinto che sia fuorviante pensare che oggi abbiamo bisogno di un nuovo modello di Socialismo.
Il Socialismo moderno è già stato pensato e
realizzato. Ciò che serve è riproporlo e farne oggetto di lotta politica e
sindacale. Ma torniamo all’Assemblea Costituente.
Saragat conferma più volte l’indissolubilità tra diritti sociali e
libertà e che la nostra Costituzione sarebbe una cosa morta se dovessimo toglierli.
Poi riprende una questione, sollevata da Togliatti e rimasta inevasa, riguardante
le garanzie perchè la democrazia sopravviva. Tale garanzia per Saragat sono
date dai Partiti politici. I Partiti politici sono lo strumento più efficace
della volontà popolare. I partiti politici devono essere liberi, e non possono
esserci vincoli e condizionamenti come alcuni, tra cui Calamandrei,
richiedevano. Tuttavia precisa che i Partiti devono essere, essi per primi, democratici.
E a tal proposito dice: “Spesso il militante viene chiamato ad un
comportamento conformistico e che a volte è in netta opposizione con lo spirito
critico. Ciò può degenerare in settarismo.
Forse l’unica soluzione è nel civismo degli stessi militanti che può
dare un equilibrio al patriottismo dei Partiti”
Ma la vera garanzia di democrazia, quella strutturale
è un’altra. E’ la questione sociale. La democrazia cessa di esistere se non si
riesce a garantire un minimo di giustizia sociale. Per Saragat c’è un nesso
indissolubile tra nozione di libertà e nozione di giustizia sociale. E vi leggo
infine un passo importante che dovremmo sempre tenere presente: “Molte parti
di questo testo possono essere le più democratiche, ma possono essere quanto di
più conservatore vi è. Un testo di questo tipo va giudicato a seconda della
natura e della situazione sociale in cui si adatta. Esempio……….L’autonomia
della Magistratura può a seconda dello spirito di questo organismo, essere o
non essere un fatto democratico. E conclude: ” Questa Costituzione ……….. stabilisce nuovi e
solenni impegni che non saranno assolti se non quando l’ultimo suo articolo
avrà trovato perfetta rispondenza alla realtà storica.
Voglio concludere ricordando due raccomandazioni che
ci ha lasciato tramite Gaetano Arfè. La prima ci dice che se vogliamo costruire
una forza socialista in grado di reggere la lotta contro il nostro nemico
storico, che è il capitalismo, dobbiamo prendere atto delle dinamiche della
storia.
Scrive Arfè : ”Poco
prima di morire Saragat raccomandò a noi, per lui, giovani, di seguire con aperto
e partecipe interesse le vicende comuniste perché senza l’apporto della loro
forza mai si sarebbe potuto costituire in Italia una grande socialdemocrazia.”
L’ultimo appello:” Dite che il Socialismo non è
morto, che esso è ancora la speranza del mondo, promettetelo ai giovani che
ancora non hanno conosciuto la speranza. Fate sì che ciò che è stato fatto non
vada perduto.