Analisi e interpretazione per una sinistra odierna. di Davide Passamonti 3 giugno 2026
03 giugno 2026
Analisi e
interpretazione per una sinistra odierna
Sono decenni, ormai, che la nozione di “sinistra” ha prima vacillato e poi perso di significato nell’azione quotidiana della vita economica e sociale dei paesi occidentali. E ora, in alcuni paesi europei come in Francia, sta tentando di ri-emergere in forme nuove, forse, più come reazione alla destra identitaria, populista e sovranista, che con una vera e propria idea di sé. Dopotutto, anche in Francia le divisioni nella sinistra sono ampie e non sempre ricucibili. Insomma, ciò che emerge oggi è la sensazione di una necessaria analisi e interpretazione di cosa voglia dire e cosa voglia essere la “Sinistra”.
Il ruolo storico della sinistra è stato quello
di rappresentare il cambiamento e la volontà, più o meno radicale, di
sovvertire o modificare l’assetto della società in essere in contrapposizione
con l’immobilismo e/o la conservazione della destra. Oggi, invece, quasi tutti
i cambiamenti nella produzione e negli assetti societari interni
(l’immigrazione, i diritti civili, l’idea di società chiuse e protette
nell’identità nazionale) e internazionali (le minacce da parte di Trump con il
ricatto dei dazi e sugli equilibri con gli alleati occidentali; il ruolo
internazionale assunto dalla Russia di Putin nel minacciare lo status quo internazionale; la guerra a
Gaza di Israele come “vendetta infinita” e il riequilibrio geopolitico del
Medio Oriente) sembrano arrivare da destra. È vero, non solo da destra, la Cina
dimostra che la volontà di mutare l’ordine mondiale arriva anche da “sinistra”,
ma si tratta pur sempre di una dittatura anti-democratica e certamente non è
esempio da seguire. Sia ben chiaro, tutti i cambiamenti elencati sono
regressivi, pericolosi e nocivi per il benessere e la pace tra gli Stati ma
rimangono comunque cambiamenti. La sinistra nei paesi occidentali, invece,
sembra arroccarsi nella difesa di vecchie conquiste, dell’esistente: il Welfare
State novecentesco (in crisi) e la conservazione di una ideologia statalista
degenerata in pratiche burocratiche sempre più parassitarie. Sembra, quindi,
irrigidita nelle antiche certezze stataliste mentre a destra si è alzata la
bandiera dell’individuo, persino della “libertà” (in chiave nazionalista) e del
“noi contro loro”. Tuttavia, «il linguaggio simbolico della sinistra ha
continuato a insistere sul cambiamento mentre il linguaggio cinetico è
diventato quello della conservazione».[1]
Prendiamo il caso italiano. Nel linguaggio
corrente spesso si fa uso, da parte di esponenti storici della sinistra, del
termine “sinistra di governo”. Tale termine, però, viene utilizzato comunemente
con un significato, nei fatti, molto diverso: ovvero, si intende un “governo
delle sinistre” (di ciò che si ritiene sia di centrosinistra e/o sinistra) in
una logica di contrapposizione alle “destre” oggi al governo. Ne consegue che
l’alternativa di governo è pensata come un “mettere insieme” contro la destra tutte
le formazioni della “sinistra” o presunte tali così come sono nel cosiddetto “campo largo” (oggi non se ne parla
neanche più): da Italia Viva e Azione fino al Movimento 5 Stelle, passando per
il Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra. Tuttavia, questo modo di
concepire l’alternativa di governo non significa creare una “sinistra di
governo” ma semplicemente un cartello elettorale che abbia teoricamente, nella
realtà i dubbi rimangono, un sostegno elettorale in grado di competere e
battere le forze politiche di destra. Mettere insieme tutti per conservare
l’esistente e non impegnarsi nel creare una novità, un cambiamento (più o meno
radicale), nella proposta politica.
Se si analizzano le ragioni storiche di una tale
concezione dell’alternanza
Quando si parla di sinistra di governo, invece, bisogna riferirsi «prima di tutto ai profondi cambiamenti nella società e alla inadeguatezza dell’opposizione politica, si deve pensare a ricostruire un’idea di sinistra che esca dagli stereotipi dei vecchi schieramenti e sappia ricercare in una più ampia area di esperienze sociali i valori e le forze di una linea di progresso. Si tratta di una lenta e paziente… costruzione congiunta di un progetto e di uno schieramento» (ibidem, p. 37). Questo cambio di paradigma, l’idea di un progetto, ha una conseguenza ovvia ma non scontata, viste le scelte e le dichiarazioni intorno al “campo largo”: significa scegliere chi rappresentare e chi no, da che parte stare (avere il coraggio di scegliere chi scontentare), darsi un’identità precisa, connaturarsi di valori, di idee chiare e identificative. Solo dopo questo primo step aprirsi alla società e ad altri partiti di orientamento progressista e cercare, con loro, di sviluppare un programma di governo. Mi pare evidente che il principale partito del centrosinistra italiano, il Partito Democratico, non abbia intenzione di proporsi con questa nuova mentalità per costruire alleanze di governo. I limiti e le debolezze del centrosinistra dagli anni Novanta in poi sono evidenti nei modi e nei metodi di formazione delle alleanze politiche, soprattutto nelle occasioni di vittoria elettorale. I governi progressisti hanno, infatti, sempre avuto problemi di stabilità politica e di conseguenza di durata del mandato governativo. È tempo di passare dalla quantità alla qualità delle alleanze: non è più il tempo di voler rappresentare tutti contro qualcuno o qualcosa; bisogna scegliere chi rappresentare perché scegliere vuol dire governare e non paura di perdere consensi.
Una sinistra di governo è necessaria per motivi
di fondo, non per le difficoltà contingenti della situazione politica. Il
problema non sta nella possibile formazione di un governo delle forze di
centrosinistra; le ultime elezioni sono state vinte dalla destra ma le prossime
potrebbero essere vinte dal centrosinistra se il governo attuale dovesse
scontentare l’elettorato e il centrosinistra convincere una porzione elettorale
maggiore. L'alternanza di governo, centrosinistra-centrodestra, è teoricamente
possibile ma bisogna prendere atto che la forma in cui l’alternanza avverrebbe
avrebbe la sgradevole qualifica di “avvicendamento al potere” per l’occupazione
di cariche pubbliche, non di alternativa strutturale nel modo e nel metodo di
governare. In concreto, il problema vero riguardante l'alternanza di governo
nel modo e nel metodo è «il lungo periodo
nel suo rapporto con il presente, la proiezione nei tempi lunghi delle
tendenze oggi in atto. Il cambiamento è un processo nel suo corso: non basta
più capire che le cose sono cambiate, bisogna capire che esse continuano a
cambiare. Il progetto assume allora una diversa dimensione temporale:
l’assunzione del lungo termine nell’oggi» (ibidem,
p. 37).
L’Italia è paese fondatore dell’Unione Europea
ed è immerso nelle dinamiche interne all’Unione in un momento cruciale per un
possibile passo in avanti o indietro nell’integrazione europea. In parallelo, è
un paese troppo piccolo per agire nel contesto internazionale di un mondo
globalizzato, carico di tensioni e instabilità geopolitiche, guerre e
cambiamenti socio-economici repentini dovuti ai cambiamenti climatici, passando
per il sovrappopolamento mondiale all’invecchiamento e denatalità delle democrazie
occidentali; ancora, la trasformazione delle economie capitaliste avanzate in
economie post-industriali, l’automazione e informatizzazione dei processi
produttivi: il tutto con ricadute significative nell’organizzazione sociale di
ogni nazione. Ed è per questi motivi che è auspicabile, se non necessaria, una
maggiore unità politica a livello europeo. Queste, in sintesi, le tendenze
immediate e di lungo periodo che l’Italia nell’UE e con l’UE deve affrontare
sin da subito. In aggiunta, l’Italia ha i suoi problemi storici da affrontare
come gli squilibri strutturali nello sviluppo tra Nord e Sud che causano
disuguaglianze di sapere, di potere diffuso, di capacità di governo di se
stessi (avere le stesse opportunità di autodeterminazione del proprio futuro e a
livello sociale). Non va dimenticato che questi cambiamenti incidono
profondamente sul funzionamento interno delle democrazie occidentali e, va
aggiunto, che oggi i bisogni di democrazia vanno oltre la sfera collettiva dei
diritti sociali e investono in pieno l’individuo e le sue specificità in quanto
persona. Ma come tutto ciò ricade su l'essere di sinistra oggi? Ovvero, quali
sono i valori che connaturano oggi l’essere di sinistra?
Va detto, in primo luogo, che la sinistra non
può più tollerare la divisione permanente della società, sia interna agli stati
sia internazionale, in due sfere: quella di chi ha e continua ad avere sempre
di più e quella di chi non ha e continua a non avere; e ciò non solo in termini
di reddito, ma anche di status, di sapere, di potere e di controllo sul proprio
futuro. Alcuni esempi: continua a crescere la disuguaglianza economica nel
mondo. Secondo quanto evidenziato dall’ultimo report Oxfam dal 2020 i cinque
uomini più ricchi al mondo hanno più che raddoppiato le proprie fortune,
passando da 405 miliardi di dollari a 869 miliardi di dollari, mentre la
ricchezza del 60% più povero – quasi cinque miliardi di persone – è, al
contrario, diminuita. Utilizzando i dati di Wealth X, Oxfam ha dedotto che l’1%
più ricco possiede il 43% di tutte le attività finanziarie globali. In Medio
Oriente, l’1% più ricco detiene il 48% della ricchezza finanziaria; in Asia,
l’1% più ricco possiede il 50% della ricchezza; e in Europa, l’1% più ricco
detiene il 47% della ricchezza. Guardando all’Italia, a fine 2022, l’1% più
ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva una ricchezza 84 volte superiore
a quella del 20% più povero della popolazione.[2] Dato particolare per l’Italia
è il trend sulla ricchezza generale che si discosta con il trend globale.
Infatti, la ricchezza globale cresce, quella degli italiani diminuisce. Stando
all'edizione 2024 del Global Wealth
Report di Ubs a livello mondiale, dopo il calo del 3% nel 2022, la
ricchezza è aumentata del 4,2%, trainata soprattutto dal +4,8% dell’area Emea
(cioè Europa, Medio Oriente e Africa) e dal +4,4% della regione Asia-Pacifico
(i paesi dell’Asia e dell’Oceania bagnati dall’Oceano Pacifico).
L’Italia è uno dei quattro paesi in cui la
ricchezza è diminuita tra l’inizio del decennio e il 2023 (gli altri sono
Grecia, Spagna e Giappone). Dalla crisi finanziaria del 2008 in poi, la
crescita della ricchezza media è stata modesta (circa il 10%), mentre la
mediana è scesa del 3%. Ciò significa che le fasce patrimoniali più basse hanno
subito un calo della ricchezza, mentre quelle più alte hanno registrato un
aumento. Dal 2008, la disuguaglianza economica, misurata con il coefficiente di
Gini, è aumentata di quasi il 15%, anche se resta al di sotto della media
europea ed è alla pari di Francia e Spagna. Entro il 2028, il numero di adulti
con un patrimonio superiore al milione di dollari nel nostro Paese dovrebbe
aumentare del 9% circa, pari a un incremento di 123 mila individui.[3] Dati, questi, decisamente
allarmanti e pericolosi per la stabilità sociale dei paesi, in primis delle democrazie visti i
sensibili meccanismi democratici e la circolazione delle informazioni in
possesso delle opinioni pubbliche. Bisogna agire subito e con una strategia
chiara; ed è compito della sinistra indirizzare lo sviluppo sociale ed economico
in senso più egualitario, libero e solidale. Allora, la sinistra deve iniziare
ad organizzarsi per «superare la contrapposizione di collettivo a individuale,
di politica a persona, si tratta di ricongiungere quello che per troppo tempo è
stato separato... Di fronte alle lacerazioni drammatiche che si preparano ad
opera del mercato come pure ad opera della mano pubblica (lo stato è creatore
di disuguaglianze almeno quanto il mercato) le riforme non possono più essere
solo strumenti di redistribuzione, come quelle classiche. Esse devono insieme
redistribuire e cambiare i meccanismi, cioè gli obiettivi, gli strumenti, i
metodi della politica» (Foa, p. 38). In sintesi, questo cambiamento di
paradigma culturale nel concepire l’azione sia del mercato che dello Stato
prende il nome di programmazione
economica. È dalla programmazione che la sinistra può trovare un’identità e
un’alternativa concreta di governo rispetto alla destra, in una vera “sinistra
di governo” e non di “governo delle sinistre”.
Altrettanto rilevante per una sinistra di
governo è “la questione morale”. Tema che va inquadrato come «visuale della
politica diversa da quella corrente» che, certamente, non aiuta a ragionare
seriamente su un tema così importante. Inutile ricordare i fatti di Genova, il
caso Puglia e le continue notizie di indagini verso politici di ogni
schieramento. Quindi, il cambiamento deve stare nella «visuale di una politica
che non è solo tecnica ma è anche moralità, promozione non solo materiale ma
anche morale di progresso individuale e sociale» (ibidem, p. 39). Ma perché, nonostante si parli di questione morale
da almeno quarant’anni questa non regge alla prova dei fatti della politica? «A
me pare sia stata una stanca cultura statalistica a toglierle l’ossigeno», così
affermò Foa 1986 e mi pare un’affermazione tutt’oggi ancora molto valida.
Questo perché, ieri come oggi, manca una seria analisi delle “radici statali
dell’immobilismo politico”; cioè una ricerca nel rapporto fra Stato, affari,
capitale e potere, i soldi servono al potere che a sua volta serve a fare i
soldi.
Nella sinistra lo statalismo ha radici storiche
profonde che derivano dal mito e dal culto del marxismo-leninismo e dell’URSS e
che deve essere ancora affrontato con un esame di coscienza serio. Lo Stato non
risolve e non può risolvere tutti i problemi sociali e neanche quelli creati
dal mercato. Ed è in questo frangente che la tematica della questione morale
può fare breccia. Essa, infatti, non riguarda solo l’economia, il mercato, ma
anche i meccanismi pubblici, cioè il rapporto tra pubblica amministrazione e
cittadino. Quello che serve è una riforma della pubblica amministrazione di
“sistema” che prende il nome di programmazione
strategica. Si tratta di direttive politiche, che vanno sotto nomi quali:
“nuova amministrazione pubblica”; reinvenzione del modo di governare; “gestione
fondata sul risultato”. La via operativa è quella dell’introduzione di
“sistemi” di controllo di gestione, attraverso forme di “misurazione delle
prestazioni (o performance)” e dalla
trasformazione dei tradizionali bilanci pubblici in bilanci strettamente in
funzione dei risultati attesi o conseguiti. Questa concezione configura la
volontà di includere, nel quadro di analisi e di valutazione della
programmazione, tutte quelle variabili ritenute fondamentali, articolate in un
insieme di quadri e modelli parziali, tenute insieme da una necessaria coerenza
reciproca. Essa rappresenta un nuovo modo di concepire il governo della “cosa”
pubblica, ovvero una “nuova gestione della pubblica amministrazione”.[4] L’organizzazione della PA
statunitense è incentrata proprio su questo principio programmatico; si tratta
di riproporlo, adattandolo, ai sistemi amministrativa europei senza snaturarne
l’essenza.
Programmazione economica e programmazione
strategica, questi sono i cambiamenti di paradigma per la sinistra. Cambiamenti
culturali che vanno letti con orizzonte continentale, in sede di Unione
europea, come riforme strutturali per una maggiore unione politica, aspirando
ad un vero Stato federale europeo. Questa è la dimensione della sfida che oggi
la sinistra ha l’obbligo di affrontare, ma che fino ad ora non sta realmente
sostenendo.
In conclusione, una sinistra di governo, per essere davvero “di governo”, deve saper raccordare il presente, la contingenza, con la visione di lungo termine, la strategia o “visione del mondo”. L’importanza del lungo termine è oggi più che mai il riferimento necessario per una politica di progresso; i partiti di centrosinistra o sinistra attuali hanno smarrito la visione di un “nuovo mondo possibile”, diverso da quello attuale, più giusto, più solidale ed eguale. I partiti progressisti attuali – in Italia come negli altri paesi europei – si sono ridotti a cercare di correggere gli errori del mercato nella contingenza, materia per materia, senza una strategia complessiva di gestione del presente e cercando, opportunisticamente, solo un consenso elettorale immediato; e, inoltre, senza tener conto che le riforme non possono limitarsi a correggere in modo più giusto il presente ma devono agire anche per migliorare il futuro di lungo periodo. Se invece osserviamo il comportamento del mondo progressista sui problemi di strategia, vediamo che essa li elude, facendo proposte a breve termine, magari anche condivisibili, ma che non riguardano la struttura generale della società e l’idea di società futura che si vuole proporre. «Si conferma così la necessità di un franco riesame delle categorie di analisi e di interpretazione della sinistra» (Foa, p. 40).
[1] V. Foa, La politica e
la persona, in L. Balbo - V. Foa (a cura di), Lettere da vicino. Per una possibile reinvenzione della sinistra,
Einaudi, Torino, 1986. p. 36.
[2] Ricostruzione tratto da:
https://forbes.it/2024/01/15/oxfam-1-piu-ricco-possiede-il-43-della-ricchezza-totale-aumentano-i-miliardari/
[3] Ricostruzione tratto da:
https://forbes.it/2024/07/10/ricchezza-mondiale-torna-crescere-quella-italiani-cala/
[4] Per quanto riguarda la programmazione strategica in ambito pubblico vedasi i vari lavori di Franco Archibugi, uno dei massimi studiosi di programmazione in Italia. Vedasi soprattutto: Temi specifici per una dichiarazione-manifesto della sinistra socialista al Congresso dei DS, Roma, 2001. L’economia associativa. Sguardi oltre il Welfare State e nel post-capitalismo, Edizioni di Comunità, Torino, 2002. Dal Welfare State allo Stato Programmatore, Economia&Lavoro, Fondazione Giacomo Brodolini (FGB), Roma, 2007. Da Burocrate a Manager. La programmazione strategica in italia: passato, presente e futuro, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008.