A CINQUANT’ANNI DAL MIDAS di Sergio Simone
30 luglio 2026
La ricorrenza del cinquantesimo del Midas, ricordata e celebrata in più sedi, mi dà l’occasione per fare alcune riflessioni che ho maturato nel corso degli ultimi anni a fronte della degenerazione del dibattito e dell’assenza di una azione politica da parte di un soggetto democratico e socialista.
Premetto
che non voglio assolutamente attribuire colpe o responsabilità ai protagonisti
dell’epoca però Io ritengo che il Midas sancì la fine di un processo politico
del quale non sapremo mai come sarebbe potuto finire, e l’inizio di un processo
politico che favorì la rivoluzione liberista che, in modo anche violento,
avrebbe poi liquidato ciò che restava della Prima Repubblica. Quella del Midas
non fu una questione tutta e soltanto socialista, perché il processo era molto
più complesso, aveva origini lontane e si muoveva su più fronti.
La stampa ebbe un ruolo forse decisivo, per trasformare
false e strumentali tesi in “luoghi comuni”.
Ricordo
la narrazione secondo cui “Il PSI usciva da una pesante
sconfitta elettorale,” che “il PSI appariva privo di una prospettiva autonoma
schiacciato tra la Democrazia
Cristiana e il Partito Comunista”, che “il suo declino fosse inevitabile”, che “la sudditanza del
PSI agli interessi del PCI”, che veniva da tempo divulgata dalla grande stampa
italiana, quotidiani come Il Corriere della Sera, la Stampa, il l “Giornale”. Gli editoriali
di Montanelli (già a ridosso delle lezioni amministrative e regionali del 1975
e poi quelle del 1976) attaccavano il PSI e il suo segretario De Martino,
accusandolo di essere un vassallo del PCI e di regalare l’elettorato socialista
al PCI di Berlinguer. I titoli poi dipingevano il PSI come il cavallo di Troia
dei comunisti.
Dall'altro lato, la stampa ufficiale del PCI, in
particolare L'Unità, operava una pressione simmetrica ma opposta. Durante il Congresso comunista nel marzo del
1975 l’Unità arrivò a sostenne che l’unica via per il PSI per essere
rilevante era quella di non ostacolare il dialogo tra comunisti e democristiani.
Che fosse una campagna antisocialista orchestrata i viene
confermato dalla reazione dei dirigenti del PSI, da Nenni, Giolitti, De Martino,
da intellettuali non solo socialisti, che con diversi articoli sull’Avanti e su
Mondo Operaio, descrivevano lucidamente come i grandi media stessero cercando
di polarizzare lo scontro tra DC e PCI.
Anche Intini,
della corrente craxiana, scrisse numerosi e taglienti articoli di
controffensiva mediatica. Il suo obiettivo era smascherare quella che definiva
la "tenaglia" Dc-Pci, ovvero il tentativo dei grandi media
indipendenti o d'area di schiacciare il PSI e polarizzare il voto.
“De
nihilo nihil" nulla nasce dal nulla. Da Dove nasce e perché questa
campagna antisocialista? Quale era la politica socialista e a chi dava
fastidio?
Ricorriamo
succintamente la storia partendo dal famoso “Autunno caldo” del 1969. Fu una stagione caratterizzata da scioperi,
manifestazioni, assemblee, cortei spontanei (i famosi "gatti
selvaggi") e un forte protagonismo della base operaia, che spesso
scavalcava o spingeva i vertici dei sindacati tradizionali verso posizioni più
radicali. Dico questo da protagonista poiché allora ero membro di commissione
interna in una grande fabbrica milanese.
Le
lotte di quell’autunno cambiarono i rapporti di forza tra capitale e lavoro.
Fu proprio la necessità di gestire politicamente
questa enorme e complessa spinta operaia che orientò la politica del PSI. Come
non ricordare l’orgoglio di noi socialisti nelle fabbriche a fronte dei
pronunciamenti e delle azioni di Giacomo Brodolini? “Da una parte
sola, dalla parte dei lavoratori",
l’abolizione delle Gabbie salariali, la Riforma delle Pensioni, lo Statuto
dei lavoratori (la maggiore conquista della storia del Movimento operaio).
Ero
a Livorno nel 1969 allo storico Congresso della CGIL, quello della grande
svolta. Eravamo ormai alle battute finali quando giunse il ministro Brodolini.
Ascoltammo in silenzio il suo testamento spirituale e poi l’assemblea in piedi
lo applaudì: non pochi di noi, socialisti e comunisti avevano le lacrime agli
occhi. Sentimmo in quel momento che si
era saldata una profonda unità nella classe lavoratrice e noi socialisti non ci
sentivamo subalterni; tutt’altro, sentivamo che a noi toccava il compito di
operare per dare una nuova struttura alla sinistra italiana. E di questo
processo fummo protagonisti e orgogliosi. E fu proprio Brodolini che, sempre nel 69, andò
a portare il saluto al Congresso del PCI e fece un appello all’unità,
necessaria perché “sui grandi problemi, sulle grandi scelte economiche e
sociali, non era possibile raggiungere risultati senza il concorso attivo di
una grande forza come quella rappresentata dai comunisti”. E disegnò il ruolo di una sinistra rinnovata poiché
a dare risposte strutturali non potevano essere né un estremismo inconcludente né
un riformismo spicciolo che, occupandosi delle piccole cose, rischiava la
capitolazione di fronte alla offensiva delle forze moderate. Solo una battaglia
che raccoglie il consenso allargato può realizzare profonde riforme. A tal
proposito voglio ricordare che addirittura Saragat che, come sappiamo, operò
una scissione in chiave anticomunista, nel suo discorso a Palazzo Barberini dovette
riconoscere l’importanza delle masse comuniste nei processi di lotta di classe.
Riporto uno stralcio del citato discorso: ““Si illudono coloro i quali pensano
che il nostro movimento possa in un modo o nell’atro orientarsi verso forme di
lotta anticomunista. Mai noi potremo assumere un atteggiamento di ostilità nei
confronti dei comunisti. Quali che siano le radicali differenze che ci separano
da loro, noi sappiamo che in Italia il PCI rappresenta gran parte della classe
lavoratrice.”
Di
fronte all’offensiva delle forze moderate e di quelle anche reazionarie e
violente (chi non ricorda l’epoca dello stragismo?) era indispensabile far
uscire dall’isolamento la stragrande maggioranza della classe lavoratrice. L’appello
di Brodolini e le iniziative conseguenti che prese il PSI (rilevante fu per
esempio porre fine alla “delimitazione della maggioranza” che era già di per sè
una apertura al PCI), aprirono un dibattito all’interno del PCI e della stessa
DC.
Nella Dc Rumor e Colombo, già protagonisti di
una battaglia liberista, si arroccarono su una posizione conservatrice sia in
campo economico sia sui diritti civili, mentre la sinistra guidata da Aldo Moro
si adoperava per mantenere aperto il dialogo col PSI.
Nel PCI al Comitato Centrale del marzo 1971 si
aprì un dibattito acceso sulla proposta del PSI. Faccio solo alcuni cenni:
Terracini “Il PSI riconosce che è inconcepibile una azione riformatrice che
prescinda dal PCI. “Noi dobbiamo collocarci sul terreno da lui proposto.” Paolo
Bufalini “E’ venuto il momento di mettere da parte montature artificiose di
divergenze esistenti tra le forze di sinistra che operano sia all’opposizione
sia all’interno della maggioranza di governo. È indispensabile un rilancio
della grande e insostituibile funzione dei due partiti storici della classe
operaia e del ruolo che ha sempre avuto e può avere anche oggi la
collaborazione tra essi.” Aldo Tortorella “E’ evidente che il documento del
Comitato Centrale del PSI con la insistenza sugli equilibri più avanzati è
una posizione importante”. E infine Luigi Longo, Segretario del Partito,
nell’editoriale dell’Unità scrive: “Noi pensiamo che oggi nuovi passi avanti
possono essere fatti fare all’unità d’azione. Se non è ancora possibile una
nuova maggioranza, sono possibili però, come i fatti dimostrano, convergenze ed
accordi. È solo in questo modo che si può operare per preparare la creazione di
equilibri più avanzati, nella prospettiva di arrivare ad una maggioranza”.
Vi
era quindi una comunanza di idee tra il PCI di Longo e il PSI di De Martino.
Ricorda
De Martino nella sua intervista a Zavoli nel 1998: “La realtà italiana era
quella che era ed occorreva trasformarla senza improvvisazioni o con iniziative
avventate. Mi era chiaro che era necessaria una fase intermedia per creare la
possibilità di una partecipazione dei comunisti al governo.
La
fine della delimitazione della maggioranza diede vite ad un nuovo processo: il
PCI uscì dall’isolamento e in importanti Regioni (Emilia-Romagna, Toscana e
Umbria) e in molti Comuni si cominciò a dar
vita a Giunte PSI PCI.
Le cose
cambiarono nell’ ottobre del 1973. Berlinguer scrisse tre articoli su Rinascita, in
cui, prendendo spunto dalle vicende cilene, propone il “Compromesso storico”. In realtà chiamare in causa le vicende cilene
era puramente strumentale poiché già da tempo il PCI stava elaborando una
politica tesa a stabilire un rapporto diretto con la DC, che prescindesse dal
PSI.
Esattamente sei mesi prima degli articoli di
Berlinguer, Gerardo Chiaromonte scrive un editoriale su “Il Contemporaneo”
supplemento di Rinascita, intitolato “I conti con la DC”. in cui si
anticipavano le tesi di Berlinguer, ovvero che non sarebbe stato sufficiente il
51% e che bisognava comunque coinvolgere le rappresentanze politiche delle
masse cattoliche (DC).
Scrive Gotor nel suo libro “Generazione settanta”
che la strategia dell’attenzione nei confronti del PCI nasce con l’elezione di
Zaccagnini alla Segreteria della DC, ma che nella testa di Moro, questo disegno
di graduale apertura aveva cominciato a farsi strada sin dal giugno 1970 quando
era iniziato “l’annusamento reciproco” con Berlinguer.
Quella di Berlinguer fu una accelerazione che mal
si conciliava con la gradualità contemplata dalla linea dei nuovi equilibri più
avanzati e pertanto Il PSI non si accodò alla linea del PCI.
Questo spiega l’articolo dell’Unità che ho citato
in apertura.
Il Capitalismo italiano non aveva mai digerito le
scelte economiche che i Socialisti erano riusciti ad imporre alle forze della
conservazione. Ho ricordato in altro
contesto che già in sede costituente Saragat parlò dell’esigenza di una “innovazione, della trasformazione della
struttura economica della società moderna passando da una economia a carattere
puramente individualistico ad un tipo di economia in cui la libera impresa si
trova a contatto con l’impresa non privata ma collettiva, di Stato,
socializzata. In termini più generali, possiamo dire che il progetto che stiamo
discutendo riflette sul piano giuridico un compromesso tra la forma
tradizionale dell’economia privata, alla forma nuova dell’economia collettiva.”
Potrei
parlare del pensiero di Lombardi, di Giolitt, di Ruffolo, ma preferisco far
parlare Saragat, dipinto dai soliti luoghi comuni, come il più moderato. Egli
dice nel 1962: ”La nazionalizzazione dell’energia elettrica ci offre oggi
uno dei principali strumenti di attuazione diretta del (della politica) piano.
Il pubblico controllo delle fonti di energia è la premessa di ogni politica
seria di disciplina programmatica dell’economia. Le altre grandi aziende
pubbliche, prima tra esse dell’IRI e dell’ENI, che controllano ampi settori
industriali, costituiscono altrettante leve, o strumenti di attuazione del
Piano. Infine nel bilancio pubblico, più non ristretto ai servizi
fondamentali dello Stato, bensì ampliato secondo una visione nuova, moderna ed
integrale delle funzioni e dei compiti dello Stato, noi abbiamo il punto di
incontro e di coordinamento degli interventi pubblici.” Questa era la linea di politica economica di
tutto il PSI e fu proprio questa politica che fece crescere il Paese e la
massima occupazione consentendo una più equa distribuzione della ricchezza e
con esse un maggior potere alla classe lavoratrice.
Molti furono i tentativi (governo Tambroni,
Piano Solo ecc.) e non sempre democratici di rovesciare il sistema. Ruffolo dice
(in una intervista all’espresso nel 2005) che negli anni 70 si sprigionò una
cruenta controffensiva capitalista nel mondo. Il 1970 infatti segna l'inizio di
uno storico scontro teorico e politico tra monetaristi e keynesiani.
L’ ufficiale avvio del processo di cambiamento
radicale della politica economica del Paese, secondo me, fu la relazione del
governatore della banca d’Italia del 1975 che accusava la classe politica di
stentare a prendere atto dei mutati indirizzi adottati dai maggiori paesi
industrializzati, e di non condurre un’azione per il contenimento
dell’inflazione; e proponeva come soluzione la compressione dei salari, la
cancellazione della scala mobile e la fissazione per legge dei limiti ai
rinnovi contrattuali dei lavoratori. De Martino si oppose decisamente agli
orientamenti della Banca d’Italia sostenendo che l’occupazione e i
salari non erano la causa dell’inflazione e che comunque dovevano rimanere sempre
gli obiettivi prioritari. Anche Intini, della corrente Craxiana, replicò a
Baffi sull’Avanti.
Naturalmente
l’imprenditoria e i potentati economici e finanziari avevano tutto l’interesse
ad indebolire il PSI per dare via libera al processo di cambiamento del sistema
economico. E questo è una ma non la sola ragione della offensiva giornalistica.
A
causa del persistente mancato rispetto degli accordi programmatici, (Il 31
dicembre del 1975) De Martino scrisse un articolo sull’Avanti in cui accusò l'esecutivo di aver ceduto
ai diktat dei grandi gruppi finanziari ed economici, rinunciando alle riforme
strutturali promesse e ricorrendo a manovre congiunturali ingiuste (come il
trasferimento degli oneri sociali sulla fiscalità generale), riducendo quindi l'alleanza di governo
a una pura gestione del potere anziché a uno strumento di reale cambiamento.
Concluse rilanciando la politica degli equilibri più
avanzati.
Il PCI tenne un atteggiamento ambiguo: da un
lato prendeva atto della fine del centro-sinistra e dall’altro contestava la decisione di aver
fatto cadere il governo e su questa polemica condusse la campagna elettorale
contro il PSI.
Un’altra
ragione dell’offensiva dei giornali derivava dal fatto che la posizione di De
Martino preoccupava molto i governi Statunitense e Inglese. Essi temevano che
tale processo avrebbe potuto alterare gli equilibri geopolitici. Se i comunisti fossero stati legittimati in
Italia, in breve tempo sarebbero stati legittimati in Europa. E da ciò come
sarebbero mutati gli equilibri mondiali? Kissinger riteneva necessario bloccare
tale processo prima che diventasse irreversibile. I documenti diplomatici e
d'intelligence declassificati negli ultimi anni (sia americani che britannici)
smentiscono l'idea di un intervento diretto o di un "complotto"
orchestrato da Washington e Londra per imporre Bettino Craxi alla guida del
PSI. Credo che questa sia una verità
inconfutabile, ma ciò non toglie che la figura di Craxi suscitasse grande
interesse per il suo anticomunismo. Riporto solo qualche cenno ma su questo argomento
c’è una ampia documentazione a cui attingere. Per esempio c’è il telegramma
inviato a Washington il 27 marzo del 1973 dall’Ambasciatore statunitense Volpe che
relazionava il dibattito italiano relativo al viaggio a Mosca del segretario
del PCI Berlinguer. Volpe evidenzia la
considerazione assai critica del Vice segretario del PSI, Craxi, che senza
mezzi termini aveva accusato Berlinguer di non aver tenuto testa al PCUS.” Altrettanto importante il suggerimento di
Kissinger al senatore Eagleton, in Italia per affari, di non incontrare
Berlinguer ma Forlani e Craxi. A cavallo di febbraio e marzo del 1976 si lavorò
intensamente all'organizzazione
di un nuovo viaggio di Bettino Craxi negli Stati Uniti. (nuovo perché era già stato negli USA nel
novembre del 1975). Il viaggio, che però fu sospeso e congelato
a causa dell’aggravarsi della crisi politica, aveva un fine politico preciso e di vitale
importanza sia per Bettino Craxi, sia per i circoli diplomatici americani: accreditare l'ala autonomista del PSI come l'unico interlocutore
affidabile a sinistra, capace di bloccare l'ascesa del PCI e di offrire una
sponda occidentale alternativa al "compromesso storico.
Il
Foreign Office britannico e il governo laburista di Londra si mossero su un
binario più politico agendo anche all'interno dell'Internazionale
Socialista. Ciò affinché il PSI recidesse ogni legame ideologico con il marxismo
ortodosso. Per il Regno Unito, l'ascesa di Craxi rappresentava una garanzia che
il PSI avrebbe finalmente accettato le regole della compatibilità economica
occidentale.
Per concludere: il
lavoro anglo-americano non consistette nel "creare" Craxi dal nulla,
ma nel creargli
intorno un cordone di sicurezza e di prestigio internazionale
non appena valutarono che il suo autonomismo era la chiave per “modernizzare”
la sinistra italiana e, soprattutto, per isolare definitivamente il Partito
Comunista. Quindi ricapitolando esistevano tante ragioni e tanti interessi che
spiegano la grande campagna di stampa contro il PSI e in particolare contro De
Martino profondamente legato alla ideologia socialista. Egli era determinato
nel perseguire la difesa di una economia finalizzata alla piena
occupazione e ad una equilibrata distribuzione della ricchezza prodotta, alla
difesa del ruolo dello Stato in economia e quindi fermo nell’opporsi
all'indipendenza della Banca Centrale dalla politica, (cosa che invece fu
realizzata nel 1981).
Voleva inseguire
con pazienza e coerenza l’obiettivo dell’unità anche politica delle masse
lavoratrici, proponendo processi credibili e sostenibili con equilibri sempre
più avanzati, senza fughe in avanti come la politica del compromesso proposta
dal PCI che, fra l’altro, costò la vita ad Aldo Moro.
In
tutto questo processo la campagna di stampa non solo ebbe un peso rilevante nel
condizionare il voto alle elezioni politiche, ma fu determinante al Midas.
Io
c’ero al Midas,
grande era la delusione dei compagni. Comprensibile perché dopo il risultato
delle amministrative del 75 ci aspettavamo un risultato migliore che però non
fu quella “sconfitta” descritta dai giornali perché prendemmo gli stessi
voti del 1972.
Passai la giornata su un divanetto con De Martino
lasciato solo. Ogni tanto veniva Enrico Manca ad informarlo sull’andamento dei
lavori del gruppo riunitosi per dare una soluzione alla crisi. In uno dei quei
colloqui propose a De Martino di accettare la carica di Presidente del Partito.
Secca risposta di De Martino. “Lì c’è Nenni e non si tocca”.
De Martino era l’ultimo ostacolo da abbattere. La
conferma fu il rapimento del figlio Guido, ordito per evitare che lo
eleggessero Presidente della Repubblica.
Dopo il Midas, come volevasi dimostrare, la
stampa, organo degli stessi padroni, cambiò registro. I toni di Montanelli
e del Giornale cambiarono fino a diventare persino apologetici. "Craxi
patriota e anticomunista"; Il PSI non veniva più dipinto come il
pericolo-cavallo di Troia del PCI, ma come un cuneo capace di scardinare l'asse
tra DC e comunisti. Il Corriere della Sera
iniziò a usare stabilmente una nuova metafora: il PSI non era più il vagone di
coda, ma l'"Ago della bilancia" della politica italiana.
Al Congresso del 1978 l’unità della sinistra
perseguita da De Martino era ormai un ricordo lontano, cancellato dallo scontro
frontale non solo tra i Partiti ma soprattutto tra Craxi e Berlinguer.
Quando Craxi, a dirla con Scalfari “Tagliò la
barba a Marx”, a mio avviso, non aprì uno scontro ideologico con Berlinguer, anche
perché le ideologie avevano già lasciato il posto ai nuovi luoghi comuni della
cultura liberista, ma fu l’inizio del
processo di deideologizzazione che servì al nuovo corso craxiano per
intercettare i desideri di quella nuova borghesia rampante e del terziario che
poi, negli anni '80, avrebbero cavalcato l'individualismo e la deregulation.
Gotor ci ricorda che “Saragat, quando il
cadavere di Moro era ancora caldo, dichiarò che la Prima Repubblica, quella
nata dalla Resistenza e incentrata sul ruolo dei Partiti di massa, era finita
quel giorno”
Negli anni 70, ero segretario della Federazione
di Como e più volte ricevetti la visita del Console americano Thomas Fina, si
parlava di tutto ma quando si veniva alla politica la sua risposta era sempre
la stessa: “ma questa è ideologia, la politica è pragmatismo”. Seppi
molto tempo dopo che il suo obiettivo era quello di monitorare la transizione
dal “massimalismo” demartiniano
al pragmatismo della nuova classe dirigente craxiana.
Seppi altresì che Mr. Fina faceva visita anche al
segretario provinciale del PCI. Ho saputo poi leggendo il libro di Gotor che
l’obiettivo era quello di verificare l’orientamento politico e culturale delle
nuove leve del PCI. Ecco cosa scrisse a Washington “regnavano sovrani un
notevole realismo, un grande pragmatismo, una netta propensione
filo-occidentale non disgiunta da un certo grado di disincanto e soprattutto
dalla voglia di gestire finalmente il potere anche a livello nazionale, al
netto delle ideologie, del fardello dei rapporti con l’Unione Sovietica, delle
feste dell’unità, dei riti, delle cerimonie, delle propagande delle retoriche e
dei capitali simbolici amministrati da una generazione all’altra”.
Mi viene da pensare che la Bolognina non fu altro
che ratifica di un pensiero da lungo tempo dominante anche nel PCI. Si capisce
altresì quanto facile fu il cammino del neo liberismo. Non lo sentirono
arrivare né il PCI né il PSI.
Infine Cuccia chiese a Craxi di gestire l’atto
finale del cambio del sistema (le privatizzazioni e lo smantellamento
dell’industria pubblica). Craxi che, al di là di tutto era e rimase Socialista,
si rifiutò, e sappiamo come è andata a finire
Si giunse al capolinea, come scrisse Macaluso nel
luglio 2007.
Scrivono
Modiano e Onado nel loro libro “Illusioni perdute”: “La sinistra era divisa
e i suoi nuovi gruppi dirigenti, al di là dei meriti dei singoli, si sarebbero
rivelati non all’altezza dei problemi né dei predecessori”
E concludo. Per me Il Midas non fu una reazione a un declino
inevitabile, ma l'atto d'attivazione di una controrivoluzione che, per salvare
l'Occidente capitalista dalla spinta operaia, preferì tagliare la barba a Marx,
spianando la strada ad un processo che ci portò in un decennio al trionfo del
neoliberismo.
Francesco
De Martino fu l’ultimo baluardo del Socialismo, quello di Turati. Nel 1891 quando
si preparava la fondazione del Partito Turati volle precisare che nasceva un
Partito marxista dicendo esattamente “Il Partito deve essere marxista perché
non si è socialisti senza credere che si arrivi al collettivismo, e senza, per
arrivarci, la via più breve, che è insegnata dal concetto sperimentale del
materialismo e della lotta di classe. Fuori di qui si è fuori dal socialismo
scientifico.”